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Papa Francesco: “Noi non vogliamo vincere l’odio con più odio”

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Il Papa alla veglia dei giovani della Gmg: «Vorrebbero farci credere che chiuderci è il miglior modo di proteggerci. Oggi noi adulti abbiamo bisogno di voi» per «condividere la multiculturalità non come una minaccia ma come un’opportunità»

«Vorrebbero farci credere che chiuderci è il miglior modo di proteggerci da ciò che ci fa male. Noi adulti abbiamo bisogno di voi, per insegnarci a convivere nella diversità, nel dialogo, nel condividere la multiculturalità non come una minaccia ma come un’opportunità». Francesco è stretto nell’abbraccio di un milione di giovani al Campus Misericordiae, la grande area verde tra la periferia di Cracovia e la cittadina di Wieliczka. Hanno camminato per chilometri prima di arrivare in questo luogo, dove trascorreranno la notte all’addiaccio. Ancora una volta il Papa parla loro di accoglienza, dialogo, apertura: «Noi non vogliamo vincere l’odio con più odio, vincere il terrore con più terrore». Non è questa la via da percorrere, ne è convinto Bergoglio.

All’arrivo Francesco è stato accolto dal suono di una campana da mezza tonellata. Nell’area predisposta per i due incontri finali della Gmg sono state realizzate due case per commemorare permanentemente l’evento, segni tangibili di misericordia. La prima è una Casa diurna per anziani. La seconda è un Centro Caritas con un magazzino di alimenti donati per i bisognosi di diverse parrocchie. All’inizio Francesco ha attraversato la Porta Santa insieme a cinque giovani, poi li ha fatti salire sulla papamobile e con loro ha ripreso a girare tra la folla. Successivamente ha ascoltato le testimonianze e le domande di tre giovani.

 

 

Prendendo la parola il Papa ha citato la testimonianza di Rand, un giovane ventiseienne siriano proveniente dalla città martire di Aleppo. «Veniamo da diverse parti del mondo, da continenti, paesi, lingue, culture, popoli differenti. Siamo “figli” di nazioni che forse stanno discutendo per vari conflitti – ha detto il Papa – o addirittura sono in guerra. Altri veniamo da paesi che possono essere in “pace”, dove molte delle cose dolorose che succedono nel mondo fanno solo parte delle notizie e della stampa. Ma siamo consapevoli di una realtà: per noi, oggi e qui il dolore, la guerra che vivono tanti giovani, non sono più una cosa anonima, non sono più una notizia della stampa, hanno un nome, un volto, una storia, una vicinanza. Oggi la guerra in Siria – ha aggiunto – è il dolore e la sofferenza di tante persone, di tanti giovani come il coraggioso Rand, che sta qui in mezzo a noi e ci chiede di pregare per il suo amato paese».

Francesco ha osservato che ci sono situazioni che ci appaiono lontane fino a quando, in qualche modo, «le tocchiamo». Ci sono realtà che «non comprendiamo perché le vediamo solo attraverso uno schermo del cellulare o del computer. Ma quando prendiamo contatto con la vita», allora «sentiamo l’invito a coinvolgerci». Basta città dimenticate, ha ripetuto Bergoglio, facendo suo l’invito del giovane siriano. «Mai più» fratelli «circondati da morte e da uccisioni sentendo che nessuno li aiuterà». Il Papa ha invitato i giovani a pregare condividendo la sofferenza «di tante vittime della guerra, affinché una volta per tutte possiamo capire che niente giustifica il sangue di un fratello, che niente è più prezioso della persona che abbiamo accanto».

«Noi adesso non ci metteremo a gridare contro qualcuno, non ci metteremo a litigare, non vogliamo distruggere. Noi non vogliamo vincere l’odio con più odio, vincere la violenza con più violenza, vincere il terrore con più terrore» ha detto Francesco. Ricordando subito dopo che «la nostra risposta a questo mondo in guerra ha un nome: si chiama fraternità, si chiama fratellanza, si chiama comunione, si chiama famiglia». 

«La nostra migliore parola – ha aggiunto – sia unirci in preghiera. Facciamo un momento di silenzio e preghiamo». Francesco invita i giovani della Gmg a pregare silenziosamente per chi sa che uscendo di casa «può non rivedere più i suoi cari», per chi ha «paura di non sentirsi apprezzato e amato». La paura, ha spiegato Bergoglio, porta alla chiusura, e questa va «sempre in compagnia di sua “sorella gemella”, la paralisi; sentirci paralizzati. Sentire che in questo mondo, nelle nostre città, nelle nostre comunità, non c’è più spazio per crescere, per sognare, per creare, per guardare orizzonti, in definitiva per vivere, è uno dei mali peggiori che ci possono capitare nella vita».

Ma nella vita c’è un’altra paralisi, che Francesco definisce «ancora più pericolosa». È quella che nasce «quando si confonde la felicità con un divano» che «ci aiuti a stare comodi, ben sicuri». Un divano, che garantisce «ore di tranquillità per trasferirci nel mondo dei videogiochi». La «divano-felicità» – il Papa ripete l’espressione in polacco, «kanapa-szczęście» – è «probabilmente la paralisi silenziosa che ci può rovinare di più». Perchè intontisce e addormenta, «mentre altri – forse i più vivi, ma non i più buoni – decidono il futuro per noi».

Sicuramente, commenta Francesco, «per molti è più facile e vantaggioso avere dei giovani imbambolati e intontiti che confondono la felicità con un divano». Ma «la verità è un’altra: cari giovani, non siamo venuti al mondo per vegetare». È «molto triste passare nella vita senza lasciare un’impronta». La droga fa male, ricorda Bergoglio, «ma ci sono molte altre droghe socialmente accettate che finiscono per renderci molto o comunque più schiavi».

Invece, spiega ancora il Pontefice, «Gesù è il Signore del rischio, del sempre “oltre”. Non è il Signore del confort, della sicurezza e della comodità. Per seguirlo bisogna avere una dose di coraggio, bisogna decidersi a cambiare il divano con un paio di scarpe che ti aiutino a camminare su strade mai sognate e nemmeno pensate che possono aprire nuovi orizzonti, capaci di contagiare gioia, quella gioia che nasce dall’amore di Dio». 

L’invito è ad «andare per le strade seguendo la “pazzia” del nostro Dio che ci insegna a incontrarlo nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nell’amico che è finito male, nel detenuto, nel profugo e nel migrante, nel vicino che è solo». Un Dio che «ci invita ad essere attori politici, persone che pensano, animatori sociali. Che ci stimola a pensare un’economia più solidale».

Questo è il segreto, spiega Francesco ai giovani: «Dio aspetta qualcosa da te, Dio vuole qualcosa da te, Dio aspetta te. Dio viene a rompere le nostre chiusure, viene ad aprire le porte delle nostre vite». Dio «vuole far sì che le tue mani, le mie mani, le nostre mani si trasformino in segni di riconciliazione, di comunione, di creazione. Egli vuole le tue mani per continuare a costruire il mondo di oggi».

Limiti personali e peccati non sono un problema. Perché, spiega il Papa, «quando il Signore ci chiama non pensa a ciò che siamo, a ciò che eravamo, a ciò che abbiamo fatto o smesso di fare. Nel momento in cui ci chiama, sta guardando tutto quello che potremmo fare, tutto l’amore che siamo capaci di contagiare. Lui scommette sempre sul futuro, sul domani. Gesù ti proietta all’orizzonte».

«La vita di oggi – conclude Francesco – ci dice che è molto facile fissare l’attenzione su quello che ci divide, su quello che ci separa. Abbiate il coraggio di insegnarci che è più facile costruire ponti che innalzare muri! E tutti insieme chiediamo che esigiate da noi di percorrere le strade della fraternità.Sapete qual è il primo ponte da costruire? Un ponte che possiamo realizzare qui e ora: stringerci la mano, darci la mano. Forza, fatelo adesso, qui, questo ponte primordiale, e datevi la mano. È il grande ponte fraterno, e possano imparare a farlo i grandi di questo mondo!… ma non per la fotografia, bensì per continuare acostruire ponti sempre più grandi. Che questo ponte umano sia seme di tanti altri; sarà un’impronta». Centinaia di mani si stringono mentre la sera sta per avvolgere il Campus della Misericordia.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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