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Perché sull’Islam ha ragione padre Dall’Oglio e non la Fallaci

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Dimitris Kamaras CC

Valerio Evangelista - Aleteia - pubblicato il 29/07/16


Nel libro “Collera e luce. Un prete nella rivoluzione siriana” (Emi, 2013)Padre Paolo ha descritto, con lucida lungimiranza, il destino dei cristiani di Siria nel caso in cui la comunità internazionale continuasse a ignorare la causa siriana:
Una cosa è il progetto di una Siria democratica, rivoluzionaria, pluralista, dove i cristiani avrebbero il loro posto. Altra cosa è il progetto politico islamista dove lo spazio dei cristiani sarebbe ristretto. E infine, altra cosa ancora è l’esplicita aggressione contro i cristiani da parte degli estremisti musulmani cosiddetti jihadisti e takfiriti. E l’irresponsabilità mondiale prepara il terreno a questa terza ipotesi. (…) Il cristianesimo siriano diventerà residuale. Il che non significa che diverrà privo di senso, di importanza culturale e certamente di ruolo spirituale. Il disastro può essere più o meno grave, tutto dipenderà dalle scelte future sul piano nazionale o internazionale. Tuttavia, a fronte di tale questione l’ottimismo deve restare di rigore; alla fine del conflitto, il tessuto sociale siriano si ricomporrà nella sua pluralità. Alcuni ritorneranno per ricostituire una certa normalità, il loro contesto vitale. Quanti avranno trovato una soluzione altrove, vi resteranno. Io conservo la speranza che le comunità cristiane residuali possano fiorire in una futura Siria islamica, capace di scegliere un coerente pluralismo inclusivo.
DallOglio
Paolo Dall'Oglio, 2008 (CNS/Catholic Press)

Paolo e Jacques, due operatori di pace

Una caratteristica, quella del dialogo e della costruzione di ponti, che costituisce un filo rosso che lega Padre Paolo Dall’Oglio al già menzionato Padre Jacques Hamel. Entrambi richiedevano a gran voce il recupero della nostra umanità. Sacerdote per oltre 50 anni, Jacques si era rifiutato di andare in pensione per poter continuare la sua missione, caratterizzata da un’intensa attività per favorire il dialogo con i musulmani. Amico fraterno dell’imam Mohammed Karabila, presidente del Consiglio regionale per il culto musulmano dell’Alta Normadia, dopo la strage di Charlie Hebdo era diventato membro di un comitato interconfessionale mirante alla convivenza interreligiosa.


LEGGI ANCHE: Padre Jacques Hamel, un amico dei musulmani


Non deve sorprendere dunque la dichiarazione di papa Francesco lungo la strada verso Cracovia, secondo cui “il mondo è in guerra, ma non di religione”, riferendosi alla palpabile tensione dei giorni nostri come a “una guerra per il dominio dei popoli”.

Ecco perché il dialogo promosso con coraggio e determinazione da figure quali Dall’Oglio o Hamel è davvero l’unica via per togliere le armi al fanatismo. Ed ecco perché il riflesso pavloviano di rifugiarsi nella teoria della guerra di civiltà (portata avanti, tra i tanti, dal precedentemente citato Samuel Huntington e da Oriana Fallaci) non fa altro che foraggiare la mentalità manichea e totalitaria che ispira il terrorismo. La strategia conseguente da questa teoria è perdente, e gli esiti catastrofici sono sotto gli occhi di tutti: in anni di guerre portate avanti in nome dell’inevitabile scontro di civiltà non è stato risolto quasi nulla. Ci si è anzi, forse inconsapevolmente e ingenuamente, assunto il ruolo di fornire alle varie formazioni del terrore il combustibile che consente la loro proliferazione: la paura del prossimo e il desiderio di chiudersi in se stessi. Non è possibile ascoltare le “lezioni di intolleranza” come se niente fosse successo, come se gli ultimi decenni non ci abbiano insegnato nulla.
All’indomani dell’uccisione di Padre Hamel, il Patriarca caldeo Louis Raphaël I Sako ha sostenuto che “fomentare l’indignazione sembra una blasfemia sacrilega, davanti al martirio di padre Jacques e di tutti gli altri”, e che chi strumentalizza la tragedia per portare avanti un’agenda politica di esclusione “rinnega e oltraggia padre Jacques più di quanto facciano gli ispiratori dei loro carnefici”.
E a proposito della sfida comunicativa a cui è chiamato a rispondere il mondo occidentale, Padre Paolo ha scritto delle parole illuminanti nel già citato “Collera e luce. Un prete nella rivoluzione siriana”(Emi, 2013):
Il fenomeno dell’islamismo radicale, semplicisticamente chiamato terrorismo, come al-Qaeda, è in gran parte, a mio giudizio, l’espressione di un profondo smarrimento. Nasce da un sentimento di persecuzione, di rifiuto, al tempo stesso interno al mondo musulmano e presente nella relazione tra il mondo musulmano e il potere occidentale. Scegliendo di organizzarsi nella clandestinità, però, e presi da una febbre ideologica estremista nella quale pensano di detenere il monopolio della verità, sprofondano in un sistema criminale propriamente mafioso. Oggi sappiamo che esistono legami diretti tra la mafia internazionale e gruppi islamisti radicali e clandestini. Per rispondere a questa sfida, il mondo occidentale dovrebbe tentare di divenire migliore, meno corrotto, maggiormente desideroso di tener conto della comunità musulmana nel pluralismo che le è proprio. Un mondo più inclusivo e più evolutivo, che non imponga ai musulmani di cambiare ma proponga loro di evolversi attraverso quegli scambi, quei dibattiti che possono instaurare una vera relazione e il convivere. Non si deve chiedere l’acculturazione mediante l’espropriazione dei loro valori, ma attraverso l’armonizzazione di evoluzioni plurali. Augurarsi un islam compatibile con la società occidentale richiede a questa società di essere più accogliente e più flessibile.
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dialogo islamo cristianoecumenismogesuitipadre paolo dall ogliosiria
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