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Perché sull’Islam ha ragione padre Dall’Oglio e non la Fallaci

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Dimitris Kamaras CC

Valerio Evangelista - Aleteia - pubblicato il 29/07/16

“Lei sa meglio di chiunque altro quanto il terrorismo islamico internazionale sia soprattutto uno dei molti canali di illegalità del traffico di droga, di armi, di organi, di esseri umani, di capitali e di materie prime”. Queste parole, scritte nel 2012 da Paolo Dall’Oglio in una lettera a Kofi Annan, sono costate al gesuita romano l’espulsione definitiva dalla Siria.

“Solo passando dall’islamofobia all’islamosofia”, scriveva Dall’Oglio su SiriaLibano nel 2012, “dall’odio alla saggezza, eviteremo l’afghanizzazione della Siria”. Islamosofia, ovvero conoscere quell’Islam che cerca l’amicizia di cui parla anche Andrea Riccardi.

Nel libroPaolo Dall’Oglio. L’uomo del dialogo” (Ed.Paoline, 2015), Guyonne de Montjou riporta la testimonianza di alcuni suoi incontri con Paolo al monastero di Mar Musa. In uno di questi, il gesuita romano ha spiegato – con la sua inconfondibile chiarezza – la passione nel cercare il confronto con l’altro:

“Io ovviamente annuncerò, fino al martirio, se necessario, la Buona Novella dell’amore di Gesù! Ma so che, di fronte a me, un musulmano annuncerà con la stessa intensità la Profezia coranica. L’unico mezzo per donare la propria vita per Gesù consiste nell’aiutare ognuno ad essere un pellegrino di verità, non limitarlo all’interno del suo contesto, valorizzare la sua esperienza di Dio… Il mondo ha bisogno di persone iniziate all’esperienza mistica. In modo collettivo e individuale, bisogna che ognuno senta nel proprio corpo e nel proprio cuore, grazie a maestri esperti, il tocco e il contatto di Dio”.

Sono passati tre anni di tesi, ipotesi e congetture sulla sua sorte. Mi sottraggo volentieri a queste disquisizioni, facendo mie le parole di Hind Aboud Kabawat, profonda amica di Padre Paolo, riportate da un articolo di Marta Serafini sul Corriere: “Se è morto è morto. Se è vivo allora tornerà indietro. Noi dobbiamo seguire i suoi principi. Amare gli altri, costruire ponti attraversando il confine per la pace e la riconciliazione. Erano queste le sue parole preferite”.

“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” – Giovanni 15:13

Il carisma visionario di un uomo straordinario

“Paolo è stato sottovalutato”, ha dichiarato ad Aleteia Riccardo Cristiano, giornalista e storico vaticanista di Radio Rai. “Con noi comunicava sulla base del concetto di solidarietà nei confronti di popolazioni che rivendicavano libertà e dignità. Era un visionario, e come tale ha saputo identificare degli scenari prossimi e avvertirci di ciò che sarebbe potuto accadere. Noi non l’abbiamo compreso, perché – a differenza sua – non eravamo abituati a vivere e comunicare con i siriani. A loro, ai siriani, parlava sulla base del concetto di consapevolezza sociale”.

La radice dell’impegno di Padre Paolo non è infatti da ricercarsi nella volontà di affermazione di un gruppo politico o di una fazione religiosa, ma nella constatazione della crisi irrimediabile del modello di unità sociale calata dall’alto. “Paolo, e con lui tanti siriani, aveva compreso la crisi profonda di quello stato, che oserei paragonare allo stato napoleonico”, ha aggiunto Riccardo Cristiano. L’unica unità presentabile era dunque, per il sacerdote romano, non quella nata come espressione della volontà imprevedibile di un governo autoritario; ma quella ricostruita dal basso, valorizzando e non annullando le diversità.

In un intervista al giornalista siriano di ANA Press Rami Jarrah – tenutasi nella città turca di Gaziantep poco prima del rapimento ma riapparsa recentemente sul web – Paolo aveva affermato, con un sapore tragicamente profetico, che “se ciascuno di noi chiude la mente … noi tutti perderemmo il Paese e ciascuno perderebbe l’altro”. Ribadendo la necessità di pensare “a cosa fare per mettere il paese sulla strada della comprensione, della convivenza, della fratellanza, della democrazia matura e del superamento del regime tirannico“.

“La consapevolezza di essere un soggetto plurimo e di avere bisogno dell’altro per arricchire se stessi. È questo il concetto visionario che ha fatto innamorare i siriani, a prescindere dalla propria appartenenza religiosa, della figura di Paolo”, ha sottolineato il vaticanista di Radio Rai, responsabile dell’associazione Giornalisti amici di Padre Dall’Oglio. Ma questo doppio binario comunicativo è stato incompreso da entrambi i versanti, perché spesso limitati da un registro interpretativo squisitamente partigiano.

Il nemico dei terroristi è necessariamente chi parla di dialogo, che funge da minaccia esistenziale per il nichilismo, per l’ideologizzazione o per qualunque sia la fonte a cui vogliamo ricorrere per interpretare la motivazione degli assassini. Siamo portati a pensare che il dialogo sia sinonimo di buonismo, ma in realtà è l’unica arma capace di mettere in crisi questi gruppi. Ecco perché le espressioni, i simboli e gli interpreti del dialogo sono il bersaglio per antonomasia. La potenza di Paolo è data dalla sinergia dei due registri comunicativi – solidarietà e consapevolezza – che vanno di pari passo. Proprio come Bergoglio, anche lui sembra rivolgersi a bambini, con dolcezza e chiarezza, arrivando fino al cuore della questione”, ha concluso Riccardo Cristiano.

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dialogo islamo cristianoecumenismogesuitipadre paolo dall ogliosiria
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