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Che cosa significa "espandere la coscienza"?

Shutterstock / agsandrew

Vicente Jara - pubblicato il 28/07/16

Si tratta di qualcosa totalmente lontano dalla religione cristiana e dal senso antropologico dell'essere umano

Non c’è dubbio che questa espressione si senta spesso. In generale, non è qualcosa che gli occidentali di due generazioni fa conoscevano, ma non c’è dubbio che oggi molte persone abbiano sentito: “espandere o ampliare la coscienza”.

Ma… che cosa significa questa espressione? Senza sapere molto del suo significato reale, o senza essere sufficientemente in grado di spiegarlo nello specifico, molti diranno che questo concetto o espressione è oggi presente in molti gruppi di meditazione, tra i seguaci di correnti orientali più o meno regolari della New Age, e anche nel linguaggio di tutti i giorni.

Molti potrebbero dire che questa espressione voglia dire “conoscere di più e meglio”, “rompere i confini”, “pensare e percepire al di là di ciò che è vicino, guardare lontano, più in prospettiva”, “essere liberi dall’ego”. Va bene come idea approssimativa, e per molti questa potrebbe bastare come risposta. Tuttavia, c’è molto più.

Il dio Shiva e l’energia sakti

L’origine di questa espressione è nell’induismo. Questa religione non è facile da comprendere, tra le altre cose, perché come la conosciamo oggi è un amalgama di esperienze religiose, con una grande varietà di libri religiosi e piena di correnti e di scuole, alcune più filosofiche che religiose. Con questa premessa spieghiamo chi è il dio Shiva.

Shiva è un grande dio dell’induismo, e insieme a Brahma e Vishnu forma le tripla espressione o il Trimurti delle divinità di questa religione. Se Brahma è il creatore e Vishnu colui che conserva, Shiva è il distruttore e trasformatore, il ballerino del cosmo, come a volte viene raffigurato. È anche un paradigma dello yogi nella meditazione omniscente ed è di solito venerato sotto forma di lingam o pene, conservando così il suo senso di mascolinità. È interessante notare che nei primi testi dell’induismo, i RigVeda, questa divinità non viene menzionata.

Per continuare ad argomentare questo tema, abbiamo bisogno ora di vedere cos’è sakti. Sakti non è tanto una divinità, ma una energia di un deva (o dio maschio) in grado di impersonare sua moglie o le sue mogli, abitualmente abbinate tra la molteplicità degli dei attraverso queste energie o sakti. Quindi, ci sono molteplici sakti di Shiva, circa 50, come Kundodari o Lolaki, e una di loro è Saraswati. Pertanto, sakti è un tipo di energia (nel senso orientale, non nel senso fisico e misurabile) di una divinità maschile induista, la cui energia la porta a impersonare la sua moglie o una divinità femminile o devi.


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Una devi ha un aspetto femminile legato alla fertilità e alla creazione. Questa personificazione della femminilità da parte della mascolinità porta a unificare il maschile e il femminile, Deva con Devi, Shiva con sakti, nei casi presi in considerazione, così come accade con molti altri dei e dee dell’induismo, che è altamente politeista.

Prima abbiamo detto che uno dei Sakti di Shiva è Saraswati. Questa dea è essenziale per spiegare il significato di coscienza in espansione.

È vero che i RigVeda, i testi più antichi dell’induismo, risalenti al secondo millennio a.C., hanno scarsamente sviluppato questi aspetti di Deva e Devi, e che come si è già detto non includono la divinità Shiva, che appare nell’assimilazione di diverse religioni in quella induista, che vennero assorbite nel corso dei secoli da questa grande religione. Ma al contempo nei RigVeda c’è la dea Saraswati, il che la rende una divinità molto antica. In origine sembra essere una dea acquatica, fluviale, e in questi testi combatte i demoni della siccità e delle tenebre, tra cui Vritrasura. I RigVeda sono testi che parlano degli dei in maniera molto antropomorfa e naturalistica. Tuttavia, un altro testo fondamentale dell’induismo, il Mahabharata, del terzo secolo a.C., esprime concetti altamente più complessi e aspetti più astratti.

Dal RigVeda e il Mahabharata al Vedanta, shivaismo e Tantra

All’interno della letteratura principale dell’induismo, è importante ricordare il cambiamento che acquisisce ciò che è stato precedentemente detto con i testi Vedanta, una scuola filosofica esoterica, risalente all’incirca alla metà del primo millennio d.C. Ciò portò un cambiamento di prospettiva nell’induismo, che avrebbe influenzato molte correnti successive di questa religione. Ora Saraswati è vista come energia femminile e, quindi, assume l’aspetto di conoscenza di Brahma, che è la divinità assoluta e impersonale dell’induismo, la divinità creatrice. Inoltre i Vedanta affermano che si può ottenere il rilascio della ruota della rinascita o samsara solo attraverso la conoscenza, cioè adorando Saraswati. Si tratta di una meditazione continua, totale, un’illuminazione che consente di ottenere la liberazione o moksha induista.

Inoltre, a proposito della complementarità tra dio maschile e divinità femminile, va aggiunto lo shivaísmo, che è un ramo all’interno dell’induismo che pone Shiva come dio principale al posto di Brahma. Vanno aggiunti anche i testi Purana, che sono raccolte di racconti, risalenti tutti al primo millennio a.C. Entrambi manifestano il confronto tra docilità e ferocia, aspetti antagonisti che vivono in eterna lotta.

E a complicare le prospettive di quanto raccolto finora, va detto che l’attuale corrente del tantra vede l’energia sakti nell’anima, l’atman dell’induismo; essa ritiene che per liberare l’anima dalla corporeità e sollevare il suo dio maschio o Shiva, è necessaria l’unificazione maschio-femmina o spiritualmente o attraverso l’atto coitale. Senza al momento entrare in ulteriori spiegazioni, va detto che il tantra è una varietà di induismo, richiamato da scuole o tradizioni esoteriche non solo indù ma anche buddiste, tra le altre, in cui si integrano aspetti spirituali con aspetti materiali, inclusi quelli sessuali.

Ci sono molte scuole e varianti dell’induismo, e anche della religione buddista, che come quella si è sviluppata nella stessa area geografica. Da qui il tentativo di rompere la reincarnazione e la sua ruota del samsara in vita, morte e di nuovo reincarnazione; o il dolore e la sofferenza per la conoscenza e la meditazione.

A quanto pare questo passo determina l’istallazione della meditazione nell’induismo implicando la rimozione delle vecchie pratiche e dei rituali di sacrificio di animali per ottenere il favore degli dei, sostituendole con pratiche interiori di ascetismo, sacrifici speciali di silenzio e di internalizzazione, che nel corso dei secoli sono state purificate così da raggiungere le riflessioni contemplative e meditative sugli eventi del mondo, sulla divinità e la propria interiorità, portando l’induismo alla convinzione che il fine della meditazione o dell’espansione della coscienza è la consapevolezza che uno, nella sua atman o anima, è una scintilla di Dio Brahma: io e Dio sono la stessa cosa. Questo solo serve per liberare dalla ruota della reincarnazione del samsara e raggiungere la vera conoscenza (vidya), eliminando l’ignoranza (avidya).

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