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Ho ritrovato Dio nei bambini di Chernobyl

Rawpixel.com/Shutterstock

Credere - pubblicato il 28/07/16

Ateo convinto, va a studiare in Russia inviato dal Partito Comunista. Qui si imbatte nel dramma di Chernobyl, che gli cambia la vita

di Emanuela Citterio

«La mia conversione? È cominciata durante una cena con il partito comunista in Russia». Parole che lascerebbero spiazzato anche don Camillo, il celebre personaggio di Giovannino Guareschi.

Fabrizio Pacifici, 56 anni, è l’uomo che ha portato in Italia i “bambini di Chernobyl”, proponendo all’inizio degli anni Novanta alle famiglie italiane di accoglierli per le vacanze estive. “Aiutiamoli a vivere”, l’organizzazione che ha fondato nel 1992 a Terni insieme al frate minore padre Vincenzo Bella, in 25 anni ha permesso a 60 mila bambini di essere ospitati per un mese in Italia. Oggi che padre Vincenzo non c’è più, Pacifici parla volentieri dell’incontro con il suo amico francescano e del suo percorso di fede. «Nell’86, l’anno del disastro di Chernobyl, ero un ragazzino di 25 anni che studiava per diventare dirigente del Partito comunista. Frequentavo Scienze politiche ed ero il segretario della Federazione giovanile comunista della provincia di Terni». I giovani più promettenti, all’epoca, venivano inviati dal Pc a studiare a Mosca. E così accade anche a Pacifici.«Durante questi seminari in italiano ci insegnavano come organizzare il partito, dalle cellule studentesche alle sedi territoriali, poi c’era una parte di economia e anche di oratoria».

Durante uno di questi corsi, a Pacifici viene chiesto di ideare una manifestazione per collegare l’Est e l’Ovest dell’Europa, ancora divisa in blocchi. «Pensai allo sport e insieme a un gruppo di associazioni organizzai una cicloturistica che partiva da Terni e arrivava fino alla città bielorussa di Minsk».

Proprio durante una di queste manifestazioni, Pacifici viene a conoscenza della vera situazione dei bambini di Chernobyl. «Io non andavo in bicicletta», racconta, «prendevo l’aereo e aspettavo i ciclisti a Minsk e, in attesa del loro arrivo, incontravo i membri locali del partito». È l’edizione dell’89: le giornate sono blindate, programmate nel dettaglio dalle istituzioni. Ma, lo stesso, accade l’imprevisto. «La sera a cena trovo un bigliettino sotto il piatto», racconta Pacifici. «Era di un gruppo di medici locali, che mi chiedevano se la mattina dopo potevo recarmi nell’ospedale pediatrico della città per parlare con loro lontano da occhi e orecchie indiscreti. Senza pensarci troppo prendo il biglietto, faccio finta di nulla, e dico a quei medici che ci sarei andato». La mattina dopo Pacifici riesce a svincolarsi dal programma ufficiale fingendo di non sentirsi bene. «Non so nemmeno io perché lo feci», confessa ora, «forse in quel momento è prevalsa la curiosità, forse sentivo che c’era qualcosa di importante dietro l’invito di quei medici». Fatto sta che questa scelta gli cambia la vita.

«Nell’ospedale “Numero nove” di Minsk incontrai le mamme dei bimbi ricoverati in pediatria per tumori al cervello e alla tiroide a causa delle radiazioni di Chernobyl. I deflussori delle flebo passavano da un bimbo all’altro senza essere cambiati, perché c’era carenza di materiale. Per fare un’iniezione si usava una siringa di vetro sterilizzata in un pentolino con l’acqua bollente. Rimasi scioccato».

Tornato a casa, Fabrizio è tormentato da quanto ha visto.

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