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Francesco in Polonia, non solo Gmg

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Dal 27 al 31 luglio Francesco compie un viaggio di cinque giorni in Polonia motivato dalla Giornata Mondiale della Gioventù. È la seconda GMG per Francesco, che iniziò i viaggi all’estero del suo pontificato con la Giornata dei giovani a Rio de Janeiro. Ma se l’incontro a Cracovia con centinaia di migliaia di ragazzi provenienti da tutto il mondo rappresenterà il cuore di un viaggio determinato dalla figura di san Giovanni Paolo II, ci sono altri temi sullo sfondo che riguardano la Polonia nel suo insieme e in particolare la Chiesa polacca. 

Gli inviti di Papa Bergoglio all’accoglienza dei rifugiati e degli immigrati, le richieste ad aprire le parrocchie, i suoi tentativi di costruire continuamente ponti, i suoi richiami sull’emergenza rappresentata da chi fugge da guerre e terrorismo fomentati dai traffici di armi e da connivenze alle quali spesso l’Occidente finge di non guardare per conservare certe sue alleanze, il suo sguardo evangelico nel riconoscere in chi fugge dalla persecuzione e dalla miseria il volto di quel Dio che fattosi uomo è nato in una famiglia di migranti e rifugiati, faranno da cornice al viaggio in Polonia. Un Paese che ha manifestato aperto dissenso verso le politiche di accoglienza dell’Unione Europea

È vero che spesso l’atteggiamento di alcuni governi di Paesi dell’Est europeo con profonde radici cristiane viene messo alla berlina sulla base di facili pregiudizi. Ma è altrettanto vero che in quei Paesi, e non soltanto in quelli, soffiano venti preoccupanti. Lo si apprende da un riassunto sul dibattito presente nei media, curato dal portavoce dell’episcopato, padre Pawel Rytel-Andrianik e diffuso dalla Sala Stampa vaticana il 23 luglio 2016, nel quale si registra l’esistenza di paure ingiustificate in un Paese dove gli immigrati rappresentano appena lo 0,4 per cento dell’intera popolazione. 

«Il motivo di queste paure, si legge nella nota «è da ricercarsi nella mancanza del dibattito pubblico, nella materia complicata della legge e delle procedure di migrazione, in un coinvolgimento non sufficiente degli organi di governo pubblici, delle organizzazioni non governative». E «sfortunatamente queste paure sono alimentate da alcuni partiti politici, e da dichiarazioni non appropriate fatte da politici». C’è «una paura dei musulmani artificialmente creata». Il sacerdote nel riassunto elenca recenti incidenti «spiacevoli» avvenuti in Polonia negli ultimi mesi, con attacchi ai richiedenti asilo, gruppi militari di volontari che imprigionano rifugiati e attacchi a studenti stranieri con la carnagione scura presenti nel Paese nell’ambito del Progetto Erasmus».  

Nei suoi discorsi e interventi durante i suoi cinque giorni polacchi, Papa Francesco ne terrà conto? Probabilmente sì, anche se si può prevedere che lo faccia con lo stesso atteggiamento positivo tenuto durante il viaggio del settembre 2015 negli Stati Uniti, dov’era atteso con trepidazione da chi immaginava che sarebbe venuto a fustigare il Paese simbolo del capitalismo mentre invece è entrato in punta di piedi, comunicando il suo messaggio proprio a partire dai valori trasmessi dai padri fondatori dell’America. 

Questo vale anche dal punto di vista dei rapporti interni alla Chiesa. Non è un mistero che proprio all’interno dell’episcopato e del clero polacco vi siano obiezioni e resistenze più o meno manifeste rispetto al messaggio e allo stile di Papa Francesco. I richiami alla sobrietà e al distacco dal potere, l’attenzione per immigrati e rifugiati, il lungo e travagliato cammino dei due Sinodi sulla famiglia conclusosi con l’esortazione Amoris laetitia che apre a nuove possibilità nella pastorale e nella disciplina sacramentale, non hanno incontrato sempre consensi in ambito ecclesiale. 

Il cardinale Kazimierz Nycz, arcivescovo di Varsavia, in un’intervista con Vatican Insider dello scorso maggio, con profonda onestà intellettuale aveva ammesso l’esistenza di queste difficoltà. Presenti nell’episcopato e nel clero molto più che nei laici. «Non c’è dubbio – disse – che Papa Francesco è accolto diversamente dai laici e diversamente dal clero. Penso che ci siano vari motivi per questo. Ultimamente leggo molto su Papa Francesco e l’America Latina e mi è venuta in mente un’analogia: dopo quattro anni di pontificato di Papa Francesco c’è una situazione – se si tratta di accettazione – simile a quella di san Giovanni Paolo II. Lo dico nel modo più delicato possibile: in America Latina Giovanni Paolo II era accolto dai laici in modo entusiasta, però a causa della teologia della liberazione e di altri motivi, dai vescovi e dai preti era accolto… diversamente!». 

Per questo assume un’importanza particolare l’incontro del Papa con i vescovi della Polonia, che avverrà, all’inizio del viaggio, poche ore dopo il suo arrivo nel tardo pomeriggio di mercoledì 27 luglio. Si terrà a porte chiuse, e si svolgerà nella forma del dialogo. La Chiesa polacca vive in modo particolare la memoria di Giovanni Paolo II. Ma non si può dimenticare che proprio nel magistero e nei gesti di quel Pontefice si ritrova, anche dopo i terribili attentati del settembre 2001, il rigetto assoluto dello scontro di civiltà e l’amicizia verso i musulmani, l’accoglienza per i migranti e il rigetto per ogni identità che degenera in nazionalismo. Rischio, quest’ultimo, presente oggi in diversi Paesi europei. 

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