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Quel no al «reclutamento» di giovani suore dai Paesi poveri

AFP PHOTO / MARTIN BERNETTI
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Un paragrafo della nuova costituzione apostolica pone fine a un fenomeno diffuso per garantire la sopravvivenza dei monasteri

Tra le novità più significative introdotte dalla nuova costituzione apostolica «Vultum Dei quaerere» c’è il paragrafo dedicato al «reclutamento» frettoloso di candidate dall’estero. Un fenomeno ben conosciuto, che ha visto negli anni scorsi molte ragazze nate per lo più in paesi poveri, essere invitate ad aderire alla vita religiosa non sempre attraverso un adeguato percorso vocazionale, al fine di garantire un ricambio di forze.

«I monasteri presteranno speciale attenzione al discernimento spirituale e vocazionale – scrive Francesco nella nuova costituzione – assicureranno alle candidate un accompagnamento personalizzato e promuoveranno itinerari formativi adeguati, tenendo sempre presente che alla formazione iniziale va riservato un ampio spazio di tempo». Papa Bergoglio precisa subito dopo: «Nonostante la costituzione di comunità internazionali e multiculturali manifesti l’universalità del carisma, si deve assolutamente evitare il reclutamento di candidate da altri Paesi con l’unico fine di salvaguardare la sopravvivenza del monastero. Siano elaborati dei criteri per assicurare il compimento di ciò».

Non dovrà mai essere un problema la provenienza geografica di una novizia, né l’esistenza di comunità internazionali e multiculturali. Ma il rigoroso percorso vocazionale, spiega Francesco, non può diventare un optional e non si deve indulgere a scorciatoie.

Dialogando a porte chiuse nel dicembre 2013 con i superiori religiosi, Francesco aveva ricordato come fosse cambiata la geografia della vita consacrata e che «tutte le culture hanno la capacità di essere chiamate dal Signore, che è libero di suscitare più vocazioni da una parte o dall’altra. Che cosa vuole il Signore con le vocazioni che ci manda dalle Chiese più giovani? Non lo so dire. Ma mi pongo la domanda. Dobbiamo porcela. C’è una volontà del Signore in tutto questo. Ci sono Chiese che stanno dando frutti nuovi. Forse una volta non erano così feconde, ma adesso lo sono».

Dopo aver accennato della necessità dell’«inculturazione del carisma», cioè della capacità del carisma originario dei fondatori degli ordini di assumere il meglio da ogni cultura, il Papa spiegava: «Non sto parlando di adattamento folkloristico ai costumi: è una questione di mentalità, di modo di pensare. Ad esempio: ci sono popoli che pensano in maniera più concreta che astratta, o che almeno hanno un tipo di astrazione diversa da quella occidentale… Bisogna vivere con coraggio e confrontarsi con queste sfide anche su temi importanti. Insomma, non posso formare una persona come religioso senza prendere in considerazione la sua vita, la sua esperienza, la sua mentalità e il suo contesto culturale».

In quella occasione Bergoglio si era dichiarato ben consapevole anche dei rischi, proprio in termini di «reclutamento vocazionale» dalle Chiese più giovani.Ricordando che già nel 1994, nel contesto del Sinodo ordinario sulla vita consacrata e la sua missione, i vescovi filippini denunciarono la «tratta delle novizie», cioè il massiccio arrivo di Congregazioni straniere che aprivano case nell’arcipelago allo scopo di reclutare vocazioni da trapiantare in Europa. «Bisogna tenere gli occhi aperti su queste situazioni», aveva detto il Papa.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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