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Vatileaks, Lombardi: forte richiamo alla responsabilità in Vaticano

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Aver sottoposto il reato di rivelazione e divulgazione di documenti riservati a processo «ha rappresentato un forte richiamo alla responsabilità nel mondo vaticano, alla consapevolezza dell’esistenza di una legge e della volontà di farla rispettare». Lo sottolinea il gesuita Federico Lombardi, portavoce uscente della Santa Sede, in un articolo pubblicato in apertura dell’ultimo fascicolo della Civiltà cattolica, in uscita sabato, che fa il punto del processo Vatileaks iniziato nel tribunale dello Stato pontificio con il rinvio a giudizio del 20 novembre 2015 e concluso con una sentenza dello scorso sette luglio. 

«Noi pensiamo che avviare questo processo fosse giusto e necessario», scrive Lombardi sul quindicinale dei gesuiti diretto dal confratello Antonio Spadaro e stampato con l’imprimatur della Segreteria di Stato. «Lo Stato della Città del Vaticano si è impegnato molto, negli anni recenti, a dimostrare, anche a livello internazionale, la sua volontà di sviluppare e far funzionare effettivamente un sistema normativo, civile e penale che sia all’altezza delle esigenze poste oggi al livello della comunità internazionale per il contrasto dell’illegalità, in particolare nel campo delle attività economiche e finanziarie», sottolinea il gesuita che, citando in particolare la nuova legge in materia di divulgazione di documenti riservati promulgata da Papa Francesco, sottolinea che «se c’è un’evidente violazione grave della legge, se ci sono prove di responsabilità, bisogna procedere a giudicare e sanzionare con le procedure stabilite. Altrimenti, cade la credibilità del sistema giudiziario dello Stato e della Santa Sede, che ha dichiarato di ricorrere a tale sistema giudiziario in una serie di casi previsti».  

Padre Lombardi, che guidava la sala stampa già ai tempi del primo processo Vatileaks a carico del «maggiordomo» di Benedetto XVI, Paolo Gabriele, e lascerà l’incarico di direttore della sala stampa vaticana dopo il prossimo viaggio di Francesco in Polonia (27-31luglio), sostituito dallo statunitense Greg Burke, definisce «inevitabile» la condanna di monsignor Lucio Angel Vallejo Balda, «prevedibile» quella di Francesca Chaouqui, così come l’assoluzione di Nicola Maio. Lombardi considera «molto importante» il fatto che «il Collegio abbia ritenuto non provata l’esistenza di una “associazione criminale”, di cui si era molto parlato, in forme diverse, sia nel corso dei primi interrogatori sia in diverse testimonianze», e ritiene niente «affatto scontata» la scelta del collegio di prosciogliere di due giornalisti Gianluigi Nuzzi, autore del libro «Via crucis» (Chiarelettere), ed Emiliano Fittipaldi, autore di «Avarizia» (Feltrinelli) per difetto di giurisdizione. Un «precedente molto importante», secondo Lombardi, «dal momento che non si può escludere che in futuro avvengano deprecabili vicende di divulgazione di documenti riservati analoghe a questa». 

La «vicenda personale» di monsignor Balda, prosegue Lombardi addentrandosi in una disamina di «vicende umane e contesti vaticani», «richiede di essere vista con occhio di compassione e misericordia. Posto di fronte a una responsabilità molto grande e delicatissima – troppo grande per lui? -, in quanto Segretario della Cosea, egli ha vissuto questo impegno con grande intensità, con attese ambiziose e, di fronte ad esiti differenti da quelli da lui auspicati – dal punto di vista sia oggettivo sia soggettivo -, ha assunto un atteggiamento di reazione negativa, che si è espresso – come può purtroppo avvenire in questi casi – nella diffusione di informazioni e documenti riservati della Commissione, cioè tramite un rapporto con la stampa contraddittorio con i suoi chiari impegni istituzionali».  

La «esperienza relativamente limitata (anche a motivo della giovane età)» di Francesca Chaouqui e «il suo inserimento professionale ed esistenziale molto attivo nel mondo delle relazioni pubbliche – fra personaggi di genere molto vario del mondo comunicativo, economico, istituzionale ecc. – fa pensare che non fosse la persona indicata per svolgere con la necessaria prudenza ed equilibrio un ruolo importante nel contesto di una Commissione essenzialmente deputata a trattare di argomenti riservati, con disponibilità ampia di dati sensibili e con relazioni di livello molto alto», scrive padre Lombardi, prescindendo da «ipotesi di oscuri disegni di ampio respiro per infiltrarsi e operare nel mondo vaticano al servizio di interessi esterni, che non sono emerse con sufficiente consistenza nel dibattimento». 

Quanto ai due giornalisti italiani, il loro proscioglimento e «l’affermazione solenne della libertà di stampa ha dato ad alcuni lo spunto per un’infondata “canonizzazione” dei due libri, come preziosi contributi per smascherare corruzione e intrighi e far risplendere la verità», scrive Lombardi, che sottolinea, nel merito, come «in buona parte dei documenti rivelati si trattava di informazioni già note, anche se spesso con minore ampiezza e dettaglio, ma soprattutto – prosegue il direttore della sala stampa vaticana – va notato che la documentazione pubblicata era per lo più relativa al notevole impegno di raccolta di dati e di informazioni messo in moto dal Santo Padre stesso per svolgere uno studio e una riflessione di riforma e miglioramento della situazione amministrativa del Vaticano e della Santa Sede». Una gran quantità di informazioni di tal genere, prosegue inoltre il gesuita, «va studiata, compresa e interpretata con cura, equilibrio e attenzione», mentre «una pubblicazione alla rinfusa di una quantità di informazioni differenti, in gran parte legate a una fase del lavoro ormai superata, senza la necessaria possibilità di approfondimento e valutazione obiettiva, ottiene invece il risultato – purtroppo in buona parte voluto – di creare l’impressione contraria, di un regno permanente della confusione, della non trasparenza, se non addirittura del perseguimento di interessi particolari o scorretti».  

Pur ricordando che bisogna attendere le motivazioni della sentenza per avere un quadro completo, Lombardi termina affermando che «aver sottoposto questo reato a processo, con la condanna dei principali responsabili, per quanto ispirata a umanità e moderazione, ha rappresentato un forte richiamo alla responsabilità nel mondo vaticano, alla consapevolezza dell’esistenza di una Legge e della volontà di farla rispettare». In generale, «una buona attuazione delle riforme auspicate dai Papi, delle regole da osservare e dei controlli delle procedure, una volta entrati a regime, dovrebbe ridurre alla radice e prevenire anche questo tipo di abusi nell’intreccio tra comunicazione e interessi insani». E «affrontare questioni di questo genere in un processo con dibattimento pubblico, cercando sempre di conservarlo nei limiti del rispetto e della dignità delle persone coinvolte, è compito estremamente difficile e delicato, e si deve dare atto alla Magistratura di aver affrontato la sfida con coraggio e con grande misura. E’ anche questo un passo avanti nel cammino faticoso verso la trasparenza, la verità e la giustizia, incarnate nel quotidiano della vita della Chiesa, anche – conclude padre Lombardi – nell’umanissimo mondo vaticano». 

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