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“La chiamata delle moschee a favore del governo decisiva per far fallire il colpo di Stato”

Vatican Insider - pubblicato il 18/07/16

Quando in Turchia si è diffusa la notizia del tentativo di Golpe, la Direzione nazionale degli affari religiosi ha disposto che gli imam dalle moschee lanciassero subito ad alta voce la “salah”, la preghiera rituale islamica, per esprimere il sostegno al governo e alle autorità dello Stato. Tale intervento, decisivo per mostrare il sostegno popolare ai governanti e segnare il fallimento del colpo di Stato, “non ha precedenti nella storia recente della Turchia, ma ne trova uno se si risale indietro, ai tempi dell’Impero ottomano, quando il Sultano chiamava le moschee a organizzare il sostegno popolare contro le ribellioni dei Giannizzeri, che rappresentavano la sua guardia scelta”.  

La suggestiva comparazione storica viene richiamata dall’analista di geo-politica Emre Oktem, professore di diritto internazionale presso la Galatasaray Universitesi di Istanbul. “Vista la portata decisiva di quella scelta” azzarda l’analista turco “viene da immaginare che chi ha disposto quella mossa aveva presente quell’esperienza storica ormai lontana, e ha voluto riattualizzarla”.  

In una conversazione con l’agenzia Fides, il professor Oktem offre altri spunti d’analisi non scontati di analisi rispetto a quanto è avvenuto in Turchia nella tarda serata di venerdì 15 luglio: “Colpisce, dal punto di vista di quella che Curzio Malaparte definirebbe la ’tecnica del colpo di Stato’, che gli aspiranti golpisti abbiano tentato di ripetere uno schema identico a quello del golpe riuscito del maggio 1960, e dei golpe falliti che vennero dopo. C’è un anacronismo di più di mezzo secolo. Come se non si rendessero conto che viviamo nel 2016. Per esempio, hanno provato a occupare la rete televisiva statale. Ma nel 1960 c’era solo la rete radiofonica, bastava impossessarsi di quella per condizionare tutto il Paese. Adesso, ci sono migliaia di canali tv e radio… Volevano nominare rappresentanti militari di alto livello a capo della Banca nazionale, come si provava a fare negli anni Settanta. Ma ora siamo nel Ventunesimo secolo, l’economia globale si muove lungo altre direttrici, non basta provare a controllare la Banca dello Stato…. Insomma, i golpisti non sembravano aver presenti le dinamiche reali vissute dal popolo turco”.  

Per il futuro – aggiunge Emre Oktem – è ancora troppo presto per intuire quali saranno le ripercussioni del golpe fallito sul piano nazionale e su quello globale. Il movimento di Fethullah Gülen, il pensatore residente negli Usa, è stato per lungo tempo una componente importante del fronte islamico che appoggiava Erdogan. Adesso gli organi del governo turco indicano Gulen come l’ispiratore del golpe, e potrebbero presentare agli Usa la richiesta di estradizione. “Se gli Usa rifiuteranno” aggiunge Oktem “potrebbe nascere una crisi tra Stati Uniti e Turchia, proprio in un momento in cui i due Paesi dovrebbero collaborare nella lotta al terrorismo. Inoltre, occorre verificare come verranno giudicati i militari e i funzionari di Stato arrestati. Se i loro processi saranno svolti in maniera illegale, ciò provocherà nuove tensioni sociali e aprirà la porta a nuove crisi”. 

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