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Perché chi non accoglie non può dirsi cristiano

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L'accoglienza dello straniero è un principio fondante dell'Antico Testamento che non può essere omesso o ignorato per fini ideologici e politici

Maledetto chi calpesta il diritto dello straniero” (Deuteronomio 27:19)

La centralità dell’accoglienza e della figura dello straniero nel Vecchio Testamento

I principali patriarchi e profeti della tradizione ebraico-cristiana sono notoriamente legati alla figura del forestiero e dello straniero (più avanti chiariremo tale differenza semantica). Abramo, chiamato da Dio a lasciare la propria terra per stabilirsi in una terra che gli sarebbe stata mostrata (la terra di Canaan) fu poi costretto a emigrare a causa della carestia, trovando rifugio in Egitto.

Nei secoli successivi alla morte di Abramo, molti popoli hanno attraversato questo territorio, caratterizzato da frequenti fenomeni migratori, sia centripeti che centrifughi: a causa della sua posizione geografica tra l’Egitto e le grandi civiltà sorte attorno all’Eufrate, la Palestina funse da terra di passaggio. Non deve dunque sorprendere che l’esperienza dello straniero sia così sensibilmente presente nella Bibbia, in particolar modo nell’Antico Testamento.

Lo stesso popolo ebraico ha maturato la propria tradizione spirituale e liturgica in secoli di continua – e dolorosa – migrazione. Giacobbe migrò in Egitto a causa di una lunga carestia – le sette vacche magre apparse in sogno al figlio Giuseppe – e lì, dopo la sua morte, si stabilirono i suoi discendenti. Per 400 anni i figli di Giacobbe abitarono in Egitto da stranieri, sottoposti a schiavitù. Inoltre molti israeliti furono deportati in Babilonia, in seguito alla caduta di Gerusalemme del 586 a.C.

Nella letteratura biblica sono frequenti i richiami al passato migrante del popolo ebraico, in virtù del quale Davide invoca l’aiuto e l’ascolto di Dio: “Ascolta la mia preghiera, Signore… non essere sordo alle mie lacrime, poiché io sono un forestiero, uno straniero come tutti i miei padri” (Salmo 39:13).


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Zar, Nokri o Ger? Diamo alle parole il giusto significato

Come fatto notare da più autori, tra cui il teologo Carmine di Sante nel suo libro Lo straniero nella Bibbia. Saggio sull’ospitalità, i testi biblici presentato una profonda e complessa articolazione della figura (o, meglio, delle figure) che noi chiamiamo straniero, identificata soprattutto con tre termini: Zar, Nokri e Ger.

 1. ZAR – La parola ebraica “zar” sta a significare lo straniero che abita lontano dal popolo, al quale è totalmente estraneo. Nei suoi confronti c’è paura e ostilità e tra l’ebreo e il zar non c’è alcuna reciprocità di diritti e doveri.

Possiamo constatare facilmente questo significato leggendo Isaia 1:7: “Il vostro paese è devastato, le vostre città arse dal fuoco. La vostra campagna, sotto i vostri occhi, la divorano gli stranieri“. Qui è chiaro che per “stranieri” si intenda “nemici”.

È interessante notare che la lingua ebraica presenti la dicotomia zar/sar (cioè straniero/nemico) similmente a quanto faccia il latino (hospes/hostis). A tal proposito mi permetto di citare il teologo e cardinale francese Daniélou: “Si può dire che la civiltà abbia compiuto un passo decisivo, e forse il passo decisivo per eccellenza, il giorno in cui lo straniero da nemico (hostis) è divenuto ospite (hospes)” (Jean Guenolé Marie Daniélou, Pour une théologie de l’hospitalité).

La concezione negativa degli stranieri mutò radicalmente, soprattutto in seguito all’esilio in Babilonia (circa VI secolo a.C.): questo drammatico e doloroso evento portò infatti il popolo ebraico a fare sua la promessa data secoli prima ad Abramo (“Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra” – Genesi 22:18). Dopo l’esilio ci fu un graduale superamento della paura del ‘nemico’, a cui fece seguito la consapevolezza del compito di illuminare e benedire “le nazioni della terra”.

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