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Fratel Ettore: Cosa salva la vita? una ferita che non si cura!

Pixabay.com/Public Domain/ © Antranias

Silvia Lucchetti - Aleteia - pubblicato il 16/07/16

– Lo sai per cosa è cambiata? (…) Il motivo non te lo dico ora. Te lo voglio mostrare. La sosta successiva è nella piazza principale. Gli anziani ai tavolini sospendono la partita a carte per commentare il parcheggio creativo: proprio davanti al portone della chiesa. – Un bel segno della croce, lo sai fare? Vieni, vieni, devi guardare da vicino. Che cosa vedi dentro quel contenitore? – Una pantofola. – Che Dio ti perdoni, questa non è una pantofola normale. È la santa pantofola del mio fondatore! (…) A Camillo la pantofola morbida serviva per diminuirgli il dolore alla gamba destra, dove per tutta la vita ha avuto una ferita che non si voleva rimarginare in nessun modo. La piaga, innanzi tutto, lo ha fatto andare all’ospedale, dove ha visto da vicino come stavano i malati. Poi, quando gli sembrava che il suo futuro fosse diventare cappuccino, il saio ruvido si è messo a sfregare proprio lì, così ha dovuto abbandonare. Di nuovo a Roma, per farsi medicare, ha deciso che non gli stava bene come venivano trattati i pazienti senza soldi. E allora, ecco, i camilliani!(…) – Come venivano trattati? – Semplicemente senza cuore! Così si è rimboccato le maniche e non ha avuto neanche più tempo per peccare. Adesso ti faccio di nuovo la domanda di prima. Stai attento: cosa ha salvato la vita a san Camillo de’ Lellis, il mio venerato fondatore? – Una ferita che non si curava. -Vedo che impari».

Quando non riusciamo a credere alle parole di chi ci guida nella fede, possiamo guardare alle storie degli uomini e delle donne che ci hanno preceduto, che oggi sono santi, e che scioccamente immaginiamo così lontani e irraggiungibili. Eppure sono stati uomini che non hanno fatto altro che riporre le loro ferite sanguinanti, le sofferenze piccole e quelle più atroci, ogni dolore, incapacità e fatto incomprensibile della loro esistenza, in Cristo Gesù che li ha trasformati in sorgenti, “invadenti” e traboccanti, di acqua viva.

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