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Riconoscersi umanamente “malati” per essere guariti

Pixabay.com/Public Domain/ © towbar

Silvia Lucchetti - Aleteia - pubblicato il 14/07/16


Esperienza di un sentiero di ritorno è anche quella narrata nell’incipit del Vangelo di Luca – «Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus…» (Lc 24,13) – che l’autore sceglie come paradigma di due tempi consecutivi: quello dell’incredulità e quello della fede.

“IL SENTIERO DI RITORNO” DEI DUE DISCEPOLI DI EMMAUS È ANCHE IL NOSTRO

«(…) In loro c’è un miscuglio di delusione e confusione. La confusione è l’effetto immediato delle esperienze forti. Non solo del dolore, ma anche della gioia. Solo che nella gioia quella confusione ci dà l’aria stralunata; nel dolore, invece, la confusione coincide con il buio dentro. Non sai più dove andare. Non sai più cosa è giusto o cosa è sbagliato. Tutto ti appare un pericolo. Tutto ti appare inutile. Per questo non bisogna mai prendere decisioni quando si è confusi, perché quelle non sono decisioni, ma mere reazioni. Dopo la delusione e la confusione, c’è la contusione. Cioè tutta quell’esperienza che ti fa male dentro e ti fa male anche fuori. Quel dolore diventa anche fisico. C’è una bellissima espressione di Elias Canetti che riassume bene questa terza caratteristica: «L’anima mi fa male fino al corpo». Le nostre gastriti o ulcere, i nostri disturbi alimentari, le nostre abbuffate o i nostri stomaci chiusi sono l’effetto della contusione provocata da questo sentiero di ritorno. Il nostro dolore dentro va a sbattere contro il nostro corpo. Ma (…) possiamo evitare queste esperienze? La risposta è no. Certe esperienze sono inevitabili, come inevitabili sono le cadute di un bambino che impara a camminare. Il nostro problema è che non ragioniamo come i bambini ma come gli adulti. Per noi le cadute sono tragedie, per i bambini sono tentativi. Noi costruiamo fiumi di ragionamenti, i bambini non perdono di vista la cosa più semplice che è rialzarsi. Noi problematizziamo, loro riprovano. (…)Forse ci farà male ammetterlo ma queste esperienze di delusione, di dolore, di ritorno non solo ci feriscono, ma ci rendono anche e soprattutto autentici».

LA DEBOLEZZA È LEGATA A DOPPIO FILO ALL’AUTENTICITÀ

«L’autenticità è ciò che rimane di te quando hai perduto tutto. È bellissima l’espressione che usa il libro della Sapienza per descrivere ciò: «Li ha saggiati come oro nel crogiuolo» (Sap 3,6). Di fondo, a noi manca la convinzione che dentro siamo oro puro. E che non siamo tutte quelle sovrastrutture sedimentate su di noi con il tempo. (…)Non vorrei forzare la mano a san Paolo, ma quando egli afferma che «quando sono debole è allora che sono forte» (2Cor 12,10), credo che con questa affermazione egli si avvicini tantissimo a ciò che è il concetto di autenticità. La debolezza non è una cosa brutta. Non è una cosa sbagliata. La debolezza è la modalità con cui si dà il nostro io più profondo, il nostro oro sepolto sotto tutto quello che noi, invece, credevamo fosse prezioso e che per un motivo o per un altro non abbiamo più, e che ha così rivelato la sua natura effimera».
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debolezzafedegesù cristoguarigioneincredulitàmalattiaumanita
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