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Lombardi: “Il momento più difficile? Lo scandalo pedofilia”

ALBERTO PIZZOLI
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Intervista con il gesuita che dopo un decennio lascia la direzione della Sala Stampa della Santa Sede

«Il momento più difficile e sofferto è stato lo scandalo della pedofilia». Padre Federico Lombardi, nato a Saluzzo (Cuneo) nel 1942, nipote del celebre gesuita Riccardo Lombardi detto «il microfono di Dio» al tempo di Papa Pacelli, laureato in matematica all’università di Torino, licenziato in teologia a Francoforte, già Provinciale dei gesuiti italiani, già direttore della Tv e della Radio Vaticana, dopo un decennio lascia la direzione della Sala Stampa della Santa Sede. Con il suo stile un po’ dimesso, minimalista, alieno da qualsiasi protagonismo è stato «voce» dei Papi identificandosi totalmente nell’istituzione che ha rappresentato. Sempre pacato ma anche ironico. Come quella volta che in Libano con Benedetto XVI nel settembre 2012, a un giornalista locale che sbagliando lo aveva definito «cardinale», rispose: «Pas encore, J’espère jamais!», non ancora e spero mai. O quando durante l’ultimo conclave ha replicato a chi gli chiedeva che cosa avesse mangiato quel giorno il Papa emerito: «Dovremmo chiederlo a lui».

Come si fa il portavoce del Papa?

«Fondamentale è essere al servizio, non pensare di mettersi in primo piano. Bisogna aiutare la conoscenza, la diffusione e la corretta lettura di quello che il Papa dice e fa. Essere un buon mediatore per i comunicatori, mettendo loro a disposizione i materiali necessari aiutandoli anche comprendere, ad esempio, le ragioni di una decisione».

Francesco ha bisogno di spin doctor?

«Credo di no, almeno io non ho mai avuto questo atteggiamento. Il Papa non ha neanche bisogno di interpreti. Certamente il portavoce deve essere pronto e disponibile a dare consigli, a valutare espressioni o a suggerire proposte. Ma sempre come servizio discreto, rispettoso del Papa, della sua personalità e delle sue scelte».

Quale è stato il momento più difficile di questi dieci anni?

«È stata la vicenda degli abusi sui minori, molto dolorosa, nella quale mi sono sentito coinvolto e partecipe nel constatare la presenza del peccato e del male nelle nostre vite e nella vita della Chiesa. Ho cercato di viverla per far fare passi di verità e di trasparenza secondo la volontà di Papa Ratzinger».

È stato portavoce di due Papi diversi, Benedetto e Francesco. Del primo che cosa può dire?

«Ho sempre ammirato la sua profondità di pensiero e di visione spirituale della realtà. Mi ha affascinato anche la sua trilogia su Gesù. Ho cercato di accompagnarlo secondo le mie possibilità nei momenti difficili della crisi degli abusi e di Vatileaks».

È vero che l’elezione di Francesco l’ha particolarmente scossa?

«Sì, ci ho messo un’ora per riprendermi dopo l’annuncio! Non avevo assolutamente idea che potesse essere eletto un Papa gesuita, un mio confratello. Con lui c’è sintonia nella spiritualità, sento il suo atteggiamento come familiare. C’è una grande sintonia con il suo vivere la Chiesa in cammino cercando di comprendere la volontà di Dio e portando il Vangelo nel mondo in solidarietà soprattutto con chi soffre e con chi è povero».

Dica la verità, suda freddo durante le conferenze stampa sull’aereo?

«No, non sudo freddo. Ho fiducia nell’intelligenza dei giornalisti presenti che sanno cogliere la mente del Papa».

Com’è stato il suo rapporto con i giornalisti?

«Un rapporto con persone concrete che hanno un gamma di atteggiamenti variegati, da quelli più sensibili alla Chiesa a quelle più distanti o indifferenti. Ho cercato di stabilire rapporti liberi, di rispetto e di servizio, rispettando sempre la libertà di ciascuno, senza manipolare o influenzare».

C’è libertà di stampa in Vaticano?

«Direi proprio di sì. Ho cercato di creare le condizioni perché i giornalisti potessero fare bene il loro lavoro, con libertà, fornendo loro dati e testi, insieme a spiegazioni sul perché di certe decisioni. Proposte e mai imposte».

Come cavarsela di fronte alle domande più difficili?

«Non ho mai avuto difficoltà a riconoscere che, a volte, non potevo rispondere o perché non sapevo o perché la risposta non poteva essere data o magari ancora non c’era. Ho detto varie volte: questo non lo so. Oppure: questa è un’informazione che non ho da dare».

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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