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Cosa lega le icone sacre a Andy Warhol?

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La pittura russa, simbolo dell'ortodossia, è all'origine dell'arte astratta del novecento. Scopriamo perché.

Cosa lega le icone sacre a Henri Matisse, Vassili Kandinski, Andy Warhol, i grandi maestri dell’arte astratta del ‘900?

È incredibile ma l’arte astratta…non sarebbe mai nate senza le icone russe. Un articolo su La Repubblica (11 luglio) spiega il legame intenso tra queste due tipologie d’arte che sembrano lontane anni luce una dall’altra.

LA TRINITÀ DI RUBLEV

1_-_Trinità_di_Rublev

 

Per capire il valore di un’icona si può pensare alla “Trinità” di Andrej Rublev, “l’icona delle icone”, come l’aveva definita già il “Concilio dei cento capitoli” convocato tre secoli e mezzo prima da Ivan il Terribile. Il dipinto raffigurava i tre angeli che nell’episodio biblico visitarono Abramo e furono ospitati alla sua tavola. Ma nell’icona nessuno mangiava, e non c’erano né il padrone di casa né Sara, sua moglie.

L’IRRAPRESENTABILE

C’erano tre figure celesti di inumana bellezza, quasi identiche. I contorni delle loro posture formavano un cerchio che catturava lo sguardo dello spettatore in modo così potente da impedirgli di soffermarsi sui personaggi, o su alcun altro elemento del dipinto, magnetizzato all’interno della perfetta figura geometrica che era il vero soggetto dell’icona. Quel cerchio invisibile, ma soverchiante, rappresentava l’irrappresentabile: la consustanzialità delle tre persone della Trinità, definita già dalla teologia dei primi concili bizantini un’unica sostanza in tre ipòstasi. Una pura astrazione, forse la più difficile fra le astrazioni teologiche. Per questo Rublev l’aveva dipinta. Il suo era un quadro astratto.

UN’OPERA “SPIRITUALE”

Il filoosofo russo Pavel Florenskij spiegava che «l’icona o è sempre più grande di se stessa, se è una visione celeste; o è meno di se stessa, se non apre il mondo soprannaturale alla coscienza» di chi la guarda.

Il suo scopo è sollevarla verso il mondo spirituale: se questo non si attua nella valutazione o nella sensibilità di chi guarda, l’icona resterà solo «una remota sensazione dell’oltremondo».


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INTERFACCIA TRA VISIBILE E INVISIBILE

L’icona non è, dunque, arte figurativa. Tuttavia questo nuovo, rivoluzionario statuto non figurativo dell’icona, interfaccia tra il visibile e l’invisibile, dimostrazione stessa che i due mondi possono venire a  contatto, sancito dalla teologia, affermato nella cultura bizantina, non era stato compreso dall’occidente. Fino al XX secolo.

LA SVOLTA DEL 1904

La data del 1904, che vede il restauro della “Trinità” di Rublev, è una data simbolo. Da un lato segna la riscoperta dell’icona da parte dell’estetica moderna, d’altro lato, e parallelamente, la nascita della moderna arte astratta. Risale all’anno successivo, il 1905, la nomina a conservatore della galleria Tretjakov di Mosca di Ilja Ostruchov, che del nuovo culto intellettuale dell’icona era stato, insieme a Pavel Muratov, l’attivista e l’apostolo.

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