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Semplice e allo stesso tempo molto difficile

Sicuramente i due dovevano fare cose importanti, avevano incarichi di spicco. Dovevano svolgere missioni buone e sacre. La loro presenza era necessaria. Luca non dice se hanno sentito qualcosa guardando il ferito, dice solo che sono passati oltre.

Per poter arrivare alla mia destinazione, a volte devo passare oltre, così non mi tocca quello che accade accanto a me, così non mi sento colpevole. Se mi allontano, non guardo quegli occhi che mi supplicano e non lascio che la compassione mi cambi i progetti. Assomiglio tanto al levita e al sacerdote!

Sento che spesso la cosa migliore è allontanarmi, perché se non lo faccio mi complico la vita. Loro hanno proseguito il loro cammino importante e pieno di responsabilità. Non potevano fermarsi, perdere il loro tempo, smettere di fare ciò che dovevano fare.

Se non avessero avuto nulla da fare, forse si sarebbero fermati ad aiutare. Ma non era possibile, li aspettavano, erano necessari.

Quanto è difficile cambiare i nostri progetti quando ci crediamo importanti! Quanto mi costa fermarmi davanti a un imprevisto! Quante volte Dio è nascosto nell’imprevisto e io non lo trovo, non mi fermo, passo oltre e non vedo la sua impronta!

Il levita e il sacerdote non hanno visto Dio in un uomo ferito. Parlavano di Dio, ma non hanno donato l’amore di Dio. Quante volte io parlo di Gesù ma poi non sono Gesù nel mio amore, nella mia dedizione!

La vita del sacerdote e del levita non è cambiata nell’incontro con quell’uomo. Non c’è stato incontro, e il cuore è rimasto uguale. Neanche se lo saranno ricordato. Non ha rotto i loro schemi né li ha fatti pensare a qualcosa di nuovo. Non hanno rinunciato a nulla, non hanno ceduto, non si sono aperti alla sorpresa.

A volte io sono così, e vado per la mia strada. Vedo delle necessità ma passo oltre. Preferisco che le necessità degli altri non interferiscano nella mia vita. E giustifico tutto partendo da me stesso. Penso di non potere, che se potessi lo farei, ma mi aspettano. Cerco scuse.

In fondo sto dicendo che sono più importante di quell’uomo. Credo che chi mi aspetta sia più importante e che forse si sentirà defraudato. Non compio le aspettative. Il mio cuore non si commuove vedendo chi ha bisogno di me.

Cosa sarebbe successo se il sacerdote avesse visto un altro sacerdote ferito? O il levita un altro levita? Non lo so. Forse sarebbe stato il suo prossimo.

Ricordo una volta sul cammino di Santiago. Non ci volevano ospitare in una parrocchia, fin quando il parroco non ha saputo che eravamo sacerdoti. Vedendo che eravamo “colleghi”, così ci ha chiamati, ci ha fatti entrare. Essendo sacerdoti come lui siamo diventati “prossimo”. Prima non lo eravamo.

Forse nella parabola si sarebbero avvicinati se lo avessero riconosciuto. Non lo so. A volte il potere, l’incarico che abbiamo, il denaro che guadagniamo induriscono il cuore. Ci rendono lontani da chi soffre. Non siamo più prossimi. Non ci sono più prossimi vicini.

Forse il samaritano aveva provato nella sua vita il disprezzo e l’emarginazione, e quell’esperienza lo ha reso particolarmente sensibile a qualsiasi ferito, a qualsiasi persona vulnerabile. Anche lui sapeva di essere ferito, e il suo cuore era più aperto.

Chiedo a Dio di non credermi mai importante, di non allontanarmi mai dal mio prossimo, chiunque sia. Di non smettere mai di sentirmi semplicemente uomo, pellegrino, come tutti. E che le mie ferite mi rendano più umano, più comprensivo, più vicino.

Vorrei fare quello che fa il samaritano. Voglio imparare ad amare Gesù, a vivere come Lui, ad essere come Lui. Anche a costo di lasciare la mia anima per la via e di inciampare mille volte per non passare oltre.

“Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: ‘Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno’”.

Voglio fare come mi dice Gesù: “Va’ e anche tu fa’ così”. Vedendolo, ebbe compassione e si avvicinò. Credo che la chiave sia questa, ed è quello che imploro sempre. Avere un cuore di carne che mi faccia commuovere. Ma molte volte non lo so fare.

Quest’uomo si avvicinò perché provava pena. Non poteva passare oltre. Sicuramente l’incontro con questo ferito ha cambiato la sua vita. Amare cambia tutto.

Si è avvicinato, e ha fatto più del minimo che poteva fare. Questo mi commuove. Non era necessario fare tanto. Rispetto agli altri che sono passati oltre, era già tanto portarlo in una locanda e metterlo in salvo. Ma ha amato più del minimo, del necessario.

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