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Come essere felice

© Unsplash
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Semplice e allo stesso tempo molto difficile

Questa domenica nel Vangelo abbiamo letto che è stato chiesto a Gesù quale fosse la via giusta per arrivare al cielo: “Cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”

È la stessa domanda che, con purezza di intenzione, gli ha posto anche il giovane ricco. Cosa devo fare? Cosa devo cambiare per essere felice per sempre?

Ascoltiamo una risposta alla domanda sulla vita eterna: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”.

Tutto si decide nell’amore. L’amore per Dio. L’amore per il prossimo. Siamo fatti per l’amore. So bene che per essere felici sulla terra e poi in cielo c’è solo una via: imparare ad amare. È molto semplice e al contempo molto complicato.

Quanto costa amare bene, amare in modo maturo! Dice papa Francesco nell’esortazione apostolica Amoris Laetitia: “Ci sono persone che si sentono capaci di un grande amore solo perché hanno una grande necessità di affetto, però non sono in grado di lottare per la felicità degli altri e vivono rinchiusi nei propri desideri”.

Gesù ci ha detto che “vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (Atti 20, 35).

L’amore è la chiave. La mia capacità di amare Dio e di toccare il suo amore. Il mio cammino di felicità inizia nel mio cuore. Il comandamento è molto vicino a te: nel tuo cuore e nella tua bocca. Lì si gioca la mia felicità. Amare con tutto il cuore. Amare con tutta l’anima. Amare sempre. Dio, il prossimo.

Gesù lo dice chiaramente: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. Ma “E chi è il mio prossimo?” Nella ricerca ossessiva di ricette, vogliamo avere chiaro come agire. Fin dove devo amare? Amare il prossimo. Chi è il mio prossimo? Si vuole delimitare bene fin dove amare.

Qual è la misura del mio amore, il limite? Non voglio amare in modo eccessivo. Non sono disposto ad amare senza misura. Un amore localizzato, determinato, senza estremi. Un amore concreto che non mi sottragga alle mie comodità.

La parabola del buon samaritano mi parla di un prossimo che non conosco, che non amo perché è straniero, che non desidero perché è bisognoso e mi può privare del tempo, del denaro, della libertà, della pace.

“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre”.

Questa parabola mi mette sempre a disagio. I tre hanno visto l’uomo sul ciglio della strada. Io stesso sono il sacerdote, il levita, il samaritano. Tutti e tre hanno visto l’uomo ferito. Anch’io lo vedo. Ma nel sacerdote e nel levita il cuore è rimasto insensibile.

Si sono allontanati perché vedevano solo con gli occhi, non con il cuore. Non erano disposti a un amore senza misura. Quell’uomo non era il loro prossimo. Era fuori dai limiti. Guadavano solo con giudizio e superbia, non con la semplicità di un uomo che guarda un altro uomo che ha bisogno di aiuto.

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