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Comunione ai divorziati risposati: come capire se la scelta della nuova relazione è responsabile?

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Gelsomino Del Guercio - Aleteia - pubblicato il 11/07/16

Il canonista Giraudo: percorso lungo e faticoso, 3 "livelli" per comprendere se si è usciti dalla condizione di peccato

Divorziati risposati che si vogliono riavvicinare all’Eucaristia. Amoris Laetitia, l’esortazione apostolica di Papa Francesco e il recente Sinodo dei Vescovi tendono le mani a queste persone che dopo il fallimento del matrimonio e il divorzio hanno deciso di rilanciare la propria vita attraverso una nuova relazione e un secondo matrimonio.

Papa Francesco utilizza la parola chiave del discernimento come criterio per il ri-accesso al sacramento. Ma in che modo si riesce a capire se la nuova relazione sia responsabile al punto da potersi riavvicinare alla Comunione? Quando un divorzio diventa una preclusione?

L’IMPORTANZA DEL SACERDOTE

«Non è facile – premette ad Aleteiadon Alessandro Giraudo, docente di Diritto canonico alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale – fare un quadro complessivo di questi casi. Amoris Laetitia chiede di non accostare un caso ad un altro. Creare delle categorie o fornire indicazioni può essere utile per stabilire dei criteri con cui affrontare le varie situazioni, ma i singoli casi dovranno essere valutati da un sacerdote che accompagna le persone nel percorso spirituale dl discernimento».

Inoltre, prosegue il canonista, «è troppo breve il tempo intercorso dall’esortazione ad oggi per avere già un numero di casi significativi».

Possiamo comunque offrire dei suggerimenti ai divorziati risposati spiegando concretamente come avviene il discernimento, sulla base di tre “livelli”. Nessun documento stabilisce tempi e modalità precise entro cui questo percorso deve compiersi.

1) RESPONSABILITA’

Il primo criterio di cui tener conto quando un sacerdote si confronta con una persona o una coppia che si vuole riavvicinare alla Comunione è quello della responsabilità.

La precedente unione

«La responsabilità è riferita anzitutto – evidenzia Giraudo – al fallimento della precedente unione e come esso è stato affrontato. Le responsabilità sono nei confronti del marito/moglie, eventuali figli, verso la comunità ecclesiale in cui la coppia era inserita. Bisogna capire se quel fallimento ha provocato una ferita, quanto lancinante. L’esame del precedente rapporto deve essere franco, chiaro, vero. Perché fa da apripista ad un secondo piano di responsabilità».

La nuova unione

«Questo piano di responsabilità – prosegue il canonista – è riferito alla nuova situazione. Cioè a quali impegni sono stati assunti col nuovo partner, con gli eventuali figli generati al momento della nuova unione, come ci si sta occupando della loro educazione anche dal punto di vista religioso. E anche in questo caso c’è da definire la responsabilità che la “nuova coppia” sta vivendo nei confronti della comunità ecclesiale: ad esempio, se mostra un atteggiamento di umiltà o di rivendicazione. Perché in questo modo si evince realmente se c’è, o meno, una vera “maturità” nell’affrontare la nuova relazione, se il divorzio e i suoi echi sono stati vissuti in modo responsabile, riconoscendo anche il limite della situazione in cui ci si trova».

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amoris laetitiacomunione eucaristicadivorziati risposati
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