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Un sacerdote ex alcolista può bere il vino durante la liturgia eucaristica?

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Il liturgista Don Roberto Gulino: sia il celebrante che il concelebrante devono fare la comunione sotto le due specie, bevendo dal calice o intingendoci l’ostia

Un lettore ci chiede se un sacerdote con alle spalle problemi di alcool può bere il vino durante la liturgia eucaristica? Oppure deve evitare qualsiasi contatto con questa bevanda?

Don Roberto Gulino, docente di liturgia alla Facoltà teologica dell’Italia Centrale, in un articolo su Toscana Oggi (26 giugno) aveva spiegato l’importanza dell’elemento nel vino nella Bibbia e nella celebrazione eucaristica

IL VINO NELLA BIBBIA

All’interno della Sacra Scrittura, spiega Don Roberto, il vino viene indicato talvolta come una bevanda dannosa all’uomo (Gen 9,20-21), altre volte invece è visto come un segno di prosperità (Gen 49,11) e come fonte di gioia (Gdc 9,13). Ecco perché può indicare sia l’ira di Dio (Is 51,17; Ger 25,15; Lam 4,21; Sal 75,9) sia la sua salvezza (Sal 16,5; 23,5; 116,13; Zc 9,17).

Nel rito della pasqua ebraica il vino aveva, ed ha tutt’oggi, un ruolo molto importante proprio perché richiama, nella benedizione dei quattro calici di vino che scandiscono tutto il «seder» pasquale, l’intervento dell’ira di Dio contro gli egiziani e la salvezza che ha realizzato liberando gli ebrei dalla schiavitù.

Nell’ultima cena di Gesù l’uso del vino, oltre ad avere tutto il senso del rito pasquale ebraico, evoca fortemente il sangue dell’agnello sacrificale che gli ebrei offrivano per l’espiazione dei peccati, divenendo – secondo le parole stesse del Signore – segno della nuova ed eterna alleanza sigillata nel Suo sangue versato sulla croce.

«Questo – evidenzia ad Aleteia il liturgista – ci fa ben capire come l’elemento del vino, così come il pane, non possono essere sostituiti o tralasciati nella celebrazione eucaristica della comunità cristiana per nessun motivo, proprio perché scelti direttamente da Gesù e densi di profondo significato».

LE DUE SPECIE

È sempre utile ricordare che la comunione eucaristica – frequentemente distribuita durante la celebrazione con la sola specie del pane consacrato, l’ostia – è sempre comunione al corpo e al sangue di Cristo: dal Concilio di Trento (XVI secolo) ad oggi il magistero della Chiesa ha affermato chiaramente e più volte che il Signore Gesù è presente sacramentalmente sotto ciascuna specie, sia nel pane che nel vino consacrati, donando tutto il frutto di grazia dell’Eucaristia anche ricevendo solo una delle due specie (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica n° 1390).

Detto questo, occorre anche ribadire che «la santa comunione esprime con maggiore pienezza la sua forma di segno se viene fatta sotto le due specie» (Ordinamento Generale del Messale Romano n° 281) proprio per una migliore completezza simbolica e rituale del segno sacramentale di Gesù presente nell’Eucaristia.

IL SACERDOTE

L’Ordinamento Generale del Messale Romano al n°85 dice anche: si desidera vivamente che i fedeli, come anche il sacerdote è tenuto a fare, ricevano il Corpo del Signore con ostie consacrate nella stessa Messa e, nei casi previsti, facciano la Comunione al calice (Cf. n. 284), perché anche per mezzo dei segni, la Comunione appaia meglio come partecipazione al sacrificio in atto.

IL CONCELEBRANTE

Il sacerdote, dunque, non può esimersi dal ricevere il corpo e il sangue di Cristo attraverso le due specie. Anche i sacerdoti concelebranti devono compiere questo rito. Lo spiega il documento Redemptionis Sacramentum (25 marzo 2004) della Congregazione del Culto Divino e della Disciplina dei Sacramenti al n°98:

La Comunione dei Sacerdoti concelebranti si svolga secondo le norme prescritte nei libri liturgici, facendo sempre uso di ostie consacrate durante la stessa Messa, e ricevendo tutti i concelebranti la Comunione sotto le due specie. Si noti che, quando il Sacerdote o il Diacono amministra ai concelebranti la sacra ostia o il calice, non dice nulla, vale a dire non pronuncia le parole «Il Corpo di Cristo» o «Il Sangue di Cristo.

NON E’ UN’OPZIONE

«Quindi, anche – spiega Don Roberto – se un sacerdote avesse nel suo passato un’esperienza di dipendenza dall’alcool, come anche se si trovasse nella condizione di essere “astemio”, nella Messa non può fare a meno di assumere pane e vino consacrati, anche se in minima parte. Durante l’eucaristia per i sacerdoti si richiede una partecipazione “piena” al corpo e al sangue di Cristo nelle due specie eucaristiche. Inoltre occorre considerare che, prima dell’ordinazione presbiterale, il candidato al sacerdozio normalmente dovrebbe aver concluso ogni percorso di crescita che lo porti fuori da una qualsiasi forma di dipendenza, sia essa dall’alcolismo, dalla tossicodipendenza o da altro».

QUANTITA’ MINIMA

«Inoltre è da ricordare – prosegue il liturgista – sia che è sufficiente una minima quantità di vino nel calice (tenendo conto che al vino sono da aggiungere alcune gocce di acqua – cfr OGMR 142), sia che per comunicarsi basta una minima suzione dal calice od intingere l’ostia consacrata nel sangue di Cristo per effettuare la comunione attraverso le due specie, che ripeto, non è facoltativa per il sacerdote».

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