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La conversione nelle memorie di Dorothy Day

L'Osservatore Romano - pubblicato il 09/07/16

di Robert Ellsberg

Il primo libro di memorie sulla conversione di Dorothy Day, Da Union Square a Roma, è stato pubblicato nel 1938 dalla Preservation of Faith Press. Ha attirato poca attenzione, finendo per essere oscurato dalla pubblicazione nel 1952 della sua classica autobiografia, Una lunga solitudine. In quest’ultimo, Dorothy Day ha incluso questo breve riferimento al suo precedente lavoro: «Quando scrissi la storia della mia conversione, dodici anni fa, misi da parte le mie colpe e raccontai tutte quelle cose che mi avevano portato a Dio, le cose belle, i ricordi di Dio che mi avevano tormentato, inseguito per anni; così quando nacque mia figlia, in gioiosa gratitudine mi rivolsi a Dio e divenni cattolica».

Se letto alla luce del suo libro di memorie più famoso, è giusto considerare Da Union Square a Roma come una sorta di prima bozza. Entrambi i libri trattano una tematica simile: i primi anni di vita di Dorothy Day, il suo coinvolgimento nei movimenti radicali del tempo e la successione degli eventi, tristi e gioiosi, che hanno portato alla sua conversione al cattolicesimo.

Dorothy Day

Il primo libro, difatti, non esclude tutte le sue colpe. Ma c’è un’omissione molto sorprendente: la decisione di concludere il suo racconto prima del suo incontro fatale con Peter Maurin e il lancio del movimento Catholic Worker, una storia che occupa la terza parte di Una lunga solitudine. Nello scrivere Da Union Square a Roma, Dorothy Day aveva un intento più specifico. Rivolgendosi ai suoi ex compagni di sinistra — nella persona di suo fratello — ha cercato di spiegare il suo abbraccio alla fede cattolica, una mossa che essi ritenevano un tradimento della causa radicale. Molti fattori hanno giocato un ruolo in questa conversione, tra cui l’esempio di alcuni cattolici che Day ha incontrato lungo le strade. Fin da piccola aveva percepito che c’era qualcosa che le mancava, un senso di equilibrio e di ordine, l’accesso al trascendente. Per tutta la vita, scrive Day, è stata «ossessionata da Dio» e dalla sensazione che ci fosse una dimensione spirituale della vita ben più profonda. Ha sperimentato tutto ciò nei momenti di sconforto, come per esempio i periodi passati in solitudine in carcere, così come nei momenti di gioia: la nascita della propria figlia. È stata quest’ultima esperienza, raccontata qui, nei suoi diari del tempo, che alla fine l’ha condotta al suo atto di fede. Aveva trovato la perla preziosa per la quale è stata disposta a sacrificare tutto.

Ma tra tutte quelle tante «cose che l’avevano portata a Dio», Day dà un’importanza speciale alle esperienze vissute nel movimento radicale. Per anni si è mossa in una eclettica cerchia di socialisti, anarchici, bohémien letterati e ribelli di ogni specie, uniti soprattutto dalla loro opposizione allo status quo e dal loro desiderio di un mondo migliore. Diventando cattolica, Dorothy Day ha deciso di non voltare le spalle a tutto ciò che era buono e nobile in questi principi: lo spirito di solidarietà, il rispetto per i poveri e gli oppressi, il rispetto per la dignità del lavoro, la volontà di soffrire per una causa, lo spirito dell’idealismo e la capacità di indignazione. Nei Vangeli tutti questi aspetti trovavano un riferimento più ampio.

In una delle sue dichiarazioni più memorabili, Day afferma: «Diciamo che ho trovato [Dio] per mezzo dei Suoi poveri, e in un momento di gioia mi sono rivolta a Lui. Ho detto, a volte in modo irriverente, che la massa compiaciuta di borghesi cristiani che negava Cristo nei Suoi poveri mi ha fatto rivolgere al comunismo, e che sono stati i comunisti e il lavorare con loro a farmi rivolgere a Dio».

Sussiste qualche dubbio che Day non sia mai stata del tutto soddisfatta del titolo di questo libro. Il titolo suggeriva un abisso tra il mondo dell’agitazione radicale — Union Square — e il mondo della fede, mentre in realtà la vita di Dorothy Day ha messo in comunicazione questi mondi. Nulla ha rappresentato questo fatto così chiaramente come la decisione di lanciare «The Catholic Worker» il primo maggio 1933, durante un raduno comunista a Union Square.

Ma Day ha scelto di conservare questa storia per un altro libro. Simone Weil ha scritto un saggio su quello che lei chiamava «le forme implicite dell’amore di Dio», tra cui l’amicizia, l’amore verso il prossimo, la bellezza del mondo e la pratica religiosa. Tutti questi, ha scritto Day, portano la grazia di Dio e la capacità di elevare l’anima, anche se Dio non è esplicitamente riconosciuto. Tutte queste forme “implicite” sono presenti nella storia di Dorothy Day. Tuttavia, in Da Union Square a Roma ne aggiunge altre: la devozione verso i poveri e la passione per la giustizia. Citando il romanziere François Mauriac, Day scrive: «È impossibile per chi porta vera carità nel proprio cuore non servire Cristo. Anche alcuni di quelli che pensano di odiarlo, hanno consacrato a Lui la propria vita; Gesù è travestito e mascherato in mezzo agli uomini, nascosto tra i poveri, tra i malati, tra i detenuti, tra gli estranei».

In questo libro, Day descrive i passi attraverso i quali questo amore implicito di Dio si è esplicitato e come sia arrivata ad accettare la fede che è stata «sempre nel suo cuore». Eppure, in ogni conversione vi è un elemento di mistero, un fattore che non può essere motivato o spiegato facilmente. Come molti dei suoi “fratelli” siano stati convinti da questo esercizio apologetico è impossibile a dirsi.

Il mistero sta oltre le parole, come ha accennato Day in questa curiosa affermazione, più vicina a un enigma Zen: «Questa esaltazione dell’eloquenza nasconde il fatto che ci siano milioni di persone al mondo che lo percepiscono [il mistero] e in qualche modo lo diffondono con coraggio, anche se non possono argomentare e ragionare in modo brillante. Tutto questo parlare può oscurare ciò che oggi non conosciamo mentre chissà, forse quel silenzio potrebbe condurci ad esso».

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

Tags:
dorothy daygiustizia sociale
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