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Il mio cammino da Yogananda a Cristo

Luis Santamaría del Río - pubblicato il 08/07/16

La testimonianza di un giovane canadese ex adepto di una setta orientale

Riassumiamo la testimonianza di un canadese che una decina di anni fa, per un anno, ha fatto parte della setta di derivazione induista Self-Realization Fellowship (SRF) – o Comunità dell’autorealizzazione – fondata dal guru Paramahansa Yogananda.

È molto interessante, perché fa notare l’incompatibilità di questo movimento orientale (e delle sue dottrine e pratiche) con il cristianesimo, nonostante i suoi adepti vogliano far credere il contrario.

Ci sono stati in realtà diversi tentativi di penetrazione delle sue attività in ambienti cattolici, come successo nel marzo 2015 in un istituto religioso di Madrid attraverso una conferenza che però – in seguito agli avvertimenti della Rete IberoAmericana di Studi sulle Settenon si è tenuta.

L’incontro con una nuova dottrina

Sono cresciuto insieme a una madre nominalmente cattolica (mio padre era assente perché i miei erano divorziati). Dopo aver ricevuto il sacramento della Cresima a 13 anni, ho smesso di andare in chiesa (una parrocchia abbastanza liberale in merito alle questioni liturgiche, come molte altre in Canada).

Al liceo il mio unico obiettivo era quello di farmi amici a tutti i costi, e ho così buttato molti anni della mia vita bevendo e assumendo droghe.

Mi sono poi trasferito in un’altra città, dove viveva mio padre, per ripartire da zero e concludere i corsi che mi mancavano. Ho finito tutto con ottimi voti, ma la cosa più importante è stata che non avevo intorno cattive amicizie e avevo molto tempo per me stesso.

Ho quindi iniziato a tenere un diario personale e a riflettere sulla natura della realtà e della percezione. Ho letto molti libri di scienza.

Un bel giorno una delle mie insegnanti, percependo in me una qualche sensibilità spirituale, mi ha regalato un libro di preghiere. Erano citazioni prese dalle opere di Paramahansa Yogananda.

Mi hanno fatto bene all’anima: lui – pensavo io – diceva cose sensate, benché molto semplici. Inoltre citava spesso il Nuovo Testamento (diventando ancora più credibile, dato che inconsciamente collegavo la sua figura all’autorità religiosa della mia seppur tortuosa infanzia) ma citava anche molto il Bhagavad-gītā, dando ai suoi testi un tocco di esotismo (che io ho apprezzato, dato che non mi fidavo delle autorità tradizionali).


LEGGI ANCHE: Le sette non hanno sempre un’apparenza religiosa


Uno yoga “speciale”

Un giorno ho trovato l’autobiografía dello swami Paramahansa Yogananda. L’ho acquistata, l’ho letta e l’ho passata ad un amico. Abbiamo quindi deciso di unirci all’organizzazione, diventando entrambi dei discepoli.

Ho iniziato a ricevere su base regolare delle lettere con gli insegnamenti del fondatore. Mi istruivano su come fare kriya yoga, che secondo loro è la forma più avanzata e reale di fare yoga.

E non si trattava di mero contorsionismo fisico. L’unica posizione che dovevo adottare era quella che mi permetteva di meditare profondamente.

I miei mentori mi hanno espressamente chiesto di non parlare del contenuto di quelle lettere con altre persone, perché lo avrebbero potuto fraintendere. Il settarismo e l’alone di segretezza preoccupavano i miei genitori.

Il kriya yoga è diverso dalla meditazione intesa in senso cristiana. Si trattava di concentrare l’attenzione sul ‘mistero alla base di tutti gli altri’ svuotando la mente delle cose superflue per godere di ciò che è al di là del bene e del male. Guidandomi verso l’estasi, verso la beatitudine, verso un’espressione di Dio che “permea” l’universo.

Mi insegnavano anche delle tecniche di respirazione. Da quando ho adottato queste pratiche fino ad oggi (nonostante sia passato molto tempo dal giorno in cui ho smesso di seguirle) ho difficoltà a respirare di notte.

Credo che sia una sorta di apnea del sonno, ma finora è stato difficile fare dei trattamenti medici. Le due cose non sono necessariamente collegate, ma la coincidenza è sorprendente.

Qualche anno fa ho letto in un blog che le tecniche di respirazione proposte non sono altro che dei modi per privare il cervello dell’ossigeno per dare alla mente la sensazione di praticare un’intensa meditazione.

Meditavo seduto su un cuscino. Una o due volte ho avuto la sensazione di levitare, o perlomeno di non sentire nulla sotto di me.

Concentravo la mia attenzione sul “terzo occhio”… dopo cinque o dieci minuti di meditazione sentivo come se tutto il mio corpo, a partire da questo “punto cardinale”, si riempisse di luce. È difficile spiegarlo.

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