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Vaticano, uno stato di diritto

© Corinne SIMON/CIRIC
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Il proscioglimento dei due giornalisti sfata le leggende nere e tanti commenti preoccupati per la libertà di stampa

La sentenza del processo «Vatileaks 2» emessa dal Tribunale vaticano rende evidente che nonostante le leggende nere sull’oscurantismo, Oltretevere vige uno stato di diritto e un codice penale garantista. I giornalisti Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi, autori dei due libri contenenti gli identici documenti sullo stato dell’amministrazione vaticana all’inizio del processo di riforma, vengono prosciolti per difetto di giurisdizione. E nella stessa sentenza si ricorda che la «libertà di manifestazione del pensiero e della libertà di stampa nell’ordinamento giuridico vaticano» è «garantita dal diritto divino». In questi mesi tanti dubbi sono stati legittimamente sollevati sull’opportunità di portare alla sbarra due cronisti. E tanti commentatori, più o meno autorevoli, hanno tuonato sulla libertà di stampa violata e prefigurato scenari tetri da Santa Inquisizione. Alla luce della sentenza, questi ultimi avrebbero potuto essere più prudenti.

Il processo è stato celebrato perché una legge del 2013, predisposta sulla scia del primo Vatileaks, aveva introdotto nuove tipologie di reato. I pm vaticani hanno tentato di accertare come è avvenuta la trasmissione delle carte e se ci sono state pressioni o ricatti. Il processo è stato rapido, e soprattutto, senza nulla di preconfezionato. Fittipaldi e Nuzzi sono stati prosciolti senza che si entrasse nel merito delle accuse. Il Tribunale vaticano, formato da giuristi e accademici di fama, si è dichiarato non competente su di loro. Le parti in causa sono state ampiamente ascoltate, il convincimento dei giudici si è formato in aula, non sulle carte del pm. Il finale non è stato quello richiesto dall’accusa.

È significativo che i giudici abbiano fatto cadere per tutti gli imputati l’ipotesi di reato di associazione a delinquere. È importante che sia stato pienamente assolto Nicola Maio, collaboratore di monsignor Vallejo Balda, evidentemente estraneo alla vicenda. Peccato che la stessa obiettività non sia stata messa in campo quattro anni fa durante il processo «Vatileaks 1» con un altro innocente, il tecnico informatico Claudio Sciarpelletti, condannato non si sa perché, ma oggi reintegrato nell’organigramma dei dipendenti vaticani.

I giudici non hanno infierito sul monsignore spagnolo, reo confesso, già segretario della Prefettura degli Affari economici, al quale Papa Francesco – sbagliando – aveva affidato la regia della commissione incaricata di vagliare lo stato dell’amministrazione vaticana. Clemenza è stata usata, in fondo, anche per la pr Francesca Chaouqui, incredibilmente catapultata in quella stessa commissione. Ha ripetuto come un mantra che sarebbe entrata nelle carceri vaticane (o italiane) insieme al figlio neonato. Non accadrà.

Papa Francesco, nel dare maggiore impulso al lavoro di riforma e di trasparenza iniziato dal predecessore, avrebbe forse meritato collaboratori più onesti, che condividessero quelle finalità, e non personaggi da spy story che avendo visto sfumare i loro progetti hanno usato la mole di documenti raccolti per combattere le loro personalissime battaglie interne.

Questo articolo è stato pubblicato nell’edizione odierna del quotidiano La Stampa

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