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Perché la solidarietà è il compito dei cristiani europei

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Parlare di solidarietà, integrazione e dialogo in Europa dopo la Brexit è ancora possibile, soprattutto se alla luce delle parole di papa Francesco in occasione della consegna del Premio Carlo Magno sulla necessità di un nuovo umanesimo per il continente. E proprio le tre capacità invocate come specifica vocazione dal pontefice – integrare, dialogare e generare – sono state al centro della riflessione dei segretari generali delle Conferenze episcopali europee (Ccee) riuniti a Berlino a inizio luglio su invito del loro collega tedesco, padre Hans Langendörfer SJ, che celebrava i suoi 20 anni di servizio alla segreteria della DBK.

Solidarietà con i migranti e rifugiati, con tutte le famiglie senza alcuna preclusione e tra le conferenze episcopali per testimoniare, come sottolineava il segretario generale Ccee, monsignor Duarte da Cunha ad inizio lavori, che la Conferenza, prima di essere un’altra struttura ecclesiale, è prima di tutto un organismo, una palestra di discussione per i vertici della Chiesa dove è possibile, e opportuno, esercitare un autentico discernimento per individuare le reali priorità delle persone in Europa. Integrare e, al contempo, valorizzare le diversità è oggi un’urgenza da parte dei cristiani che non si può eludere o derubricare a semplice emergenza. In riferimento alla Germania, a titolo d’esempio, da Cuhna ricordava come in una nazione che supera di poco gli 81 milioni di abitanti (e dove gli stranieri ammontano a 6 milioni) oltre la metà si dichiarano cristiani e la Chiesa evangelica e quella cattolica rappresentano le due istituzioni con il maggior numero di impiegati.

Di qui la riflessione sulle modalità concrete per annunciare con parole, comportamenti e fatti concreti il contributo della comunità cristiana alle politiche migratorie messe in atto dai governi, nonostante le difficoltà: da una parte le (notevoli) differenze locali e dall’altra i numerosi errori di comunicazione spesso hanno influito sull’opinione pubblica, tanto che «il tema migranti non tocca più il cuore e la mente dei cittadini europei» rilevava il ministro degli interni tedesco, Thomas de Maizière: è più frequente infatti sentir parlare di «crisi» dei migranti che di opportunità. Eppure «la storia europea è una storia di migrazioni» dicono i segretari e non ci si può limitare a semplici politiche di ridistribuzione: occorre il coraggio di trattare le cause dell’origine del fenomeno e accompagnare le persone con la responsabilità che ha sempre caratterizzato la generosità della risposta delle chiese perché la «sinfonia ecclesiale» rende gli uni corresponsabili degli altri. Toccanti al riguardo le parole dei due leader extraeuropei invitati a Berlino, il patriarca siro-cattolico di Antiochia, Ignazio Giuseppe III Younan e del vescovo d’Oyem in Gabon e delegato delle conferenze episcopali d’Africa e Madagascar, monsignor Jean-Vincent Ondon sul triste destino di quanti «attraversano l’inferno» per approdare in Europa e spesso vengono ammassati in «squallidi campi profughi».

Sul versante invece della solidarietà nei confronti degli abitanti d’Europa, in particolare quelli in difficoltà, in prima fila si collocano le famiglie: alla luce dell’esortazione di Bergoglio Amoris Laetitia, sul tema è intervenuto l’arcivescovo della diocesi ospitante, mons. Heiner Koch, presidente della Commissione matrimonio e famiglia della DBK e partecipante all’ultimo Sinodo. Aiutare alla comprensione della realtà sacramentale del matrimonio cristiano è una delle sfide di oggi per le chiese locali che intendono applicare le indicazioni del pontefice al fine di un dialogo sempre più efficace con le persone, un accompagnamento delle famiglie e la promozione di un’autentica solidarietà.

Imprescindibile lo stile di sinodalità, allo stesso tempo attitudine e prassi ecclesiale: camminare insieme è una dimensione della vita ecclesiale che conserva l’unità pur nella diversità di espressioni e risposte pastorali, ricordava il nunzio in Germania, Nikola Eterovi?. Un esempio è la stretta collaborazione tra Ccee e Comece – i due organismi di «comunione continentale» – testimoniata dalla presenza dell’arcivescovo di Monaco di Baviera, cardinale Reinhard Marx nella sua duplice veste di presidente DBK e Comece.
«Abbiamo bisogno di un rinnovamento dell’evangelizzazione – dichiarava Marx alludendo alle radici cristiane che hanno segnato la storia europea – è necessario unire insieme il Vangelo e il nostro impegno per l’Europa. Il Vangelo è, infatti, il messaggio centrale per il continente europeo. Non possiamo capire l’Europa senza la nostra fede, il Vangelo, e non possiamo comprendere la Chiesa senza la storia della libertà che abbiamo sperimentato in questo continente. La via della Chiesa non è una “riconquista” o un castello che deve essere difeso. Il cammino della Chiesa è la missione di incoraggiare e guidare le persone a una gestione responsabile del dono della libertà».

E’ il substrato di valori indicato da Bergoglio nel suo «sogno» per l’Europa: un cristianesimo che lavora nel quotidiano, privo di ogni protezione di antica cristianità, ma capace di incidere nel tessuto sociale per scardinare egoismi e rigurgiti di vecchi nazionalismi e aprirsi a giovani, migranti e rifugiati. 

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