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Perché non ero pronta per una bambina

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Anche se sono una donna, non avevo idea di come crescere una figlia

È una bambina!” Questa frase mi riecheggiava nella testa. Tre semplici parole che ricorderò per il resto della mia vita, non perché erano particolarmente insolite – sono scritte ovunque su biglietti e palloncini –, né perché pensavo che ispirassero timore. È solo che dopo averle sentite sono rimasta esterrefatta. Per la mamma di tre maschietti che giaceva sul tavolo operatorio aspettando il quarto era una frase inaspettata. Avere figlie femmine non era un terreno a me già noto.

Ed eccomi lì, appena sottoposta a parto cesareo, quando la mia ostetrica in camice blu è apparsa accanto a me mostrandomi un fagottino di un chilo e ottocento grammi che era una “lei”. E quella “lei” era mia.

Mettete insieme molta confusione, sorpresa e panico… seguiti rapidamente dal terrore! Mi sono messa a ridere. “No, no”, mi sono ritrovata a dire, “non può essere vero. Non sono pronta!” E poi mio marito ed io facevamo solo maschietti! Non ero adatta: non avevo mai guardato High School Musical, non avevo mai ospitato un pigiama party… come avrei potuto essere una brava madre per una bambina?

I miei amici e i miei familiari, che pensavano che una femmina sarebbe stata la benvenuta nel nostro mare di testosterone, erano tutti incredibilmente felici per noi, ma io non condividevo quei sentimenti. Non volevo disperatamente una bambina, volevo un figlio sano, punto. Non mi era venuto in mente che Mimi potesse arrivare nel nostro mondo e capovolgerlo.

Essendo cresciuta in una casa con cinque donne, non provo altro che ammirazione e rispetto per tutto quello che mi hanno insegnato, ma non sono particolarmente femminile. Sono sempre stata un po’ un maschiaccio: mi piacciono i vestiti ma senza fronzoli, mi piace andare alla spa ma sono del tutto disinteressata ai prodotti per il bagno, adoro le mie amiche ma non sono una fan delle serate solo tra donne. A volte resto confusa anch’io!

E ancora una volta eccomi lì, responsabile del benessere fisico, emotivo, sociale e psicologico della mia bambina. Era arrivata con sette settimane di anticipo per via della preeclampsia, e la sua fragilità era al contempo splendida e allarmante.

È rimasta nell’unità di terapia intensiva pediatrica per tre settimane, e quando è stata dimessa stava prendendo parecchio peso. Quando siamo arrivati a casa, ad attenderci c’era una vera e propria montagna di regali rosa da parte di moltissime persone.


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Grazie a Dio ci siamo organizzati subito. I miei ragazzi erano intrigati da Mimi nel modo in cui i bambini sono intrigati da un ascensore – l’eccitazione iniziale svanisce quando capiscono che non possono giocarsi come vorrebbero. A 4, 7 e 10 anni, le loro preoccupazioni principali implicavano la condivisione di giochi, stanza, cibo e… mamma. Col passare del tempo ho iniziato a capire che la amavano quanto la amavamo io e mio marito.

Quando alla mia mancanza di fiducia nell’allevare una bambina, ho capito presto che era basata solo sulla mia mancanza di esperienza. Quando Mimi ha compiuto tre anni ho realizzato con un certo senso di colpa che le avevo comprato più vestitini di quanti ne possedessi io. Ho anche scoperto che le piacevano molte delle stesse attività che piacevano a me quando ero piccola.

Essere la mamma di una bambina era più semplice, più istintivo. Sapevo che le sarebbe piaciuto disegnare e leggere, e ho scoperto che con lei riuscivo ad essere più creativa. Le piaceva il mondo della finzione più di quanto piacesse ai miei ragazzi amanti dello sport, che non riuscivano mai a starsene seduti tranquilli per godersi le mie fantastiche capacità di raccontatrice di favole per più di due minuti senza iniziare a fare confusione.

Verso i cinque anni, mia figlia ha iniziato a rifiutare molte delle attività in genere considerate “femminili”: non alla danza ma sì al jazz moderno, ad esempio. Era, ed è ancora, più contenta all’aperto, con l’immaginazione che può spaziare e la possibilità di arrampicarsi sugli alberi e saltare sui trampolini. Ha sempre amato la compagnia sia di maschi che di femmine, e ora, a sette anni, spesso la si può vedere fare la lotta con il fratello dodicenne con un gusto tale che mi preoccupo per lui. Devo spesso tenere a bada il mio istinto naturale di fermare il gioco, ma lei ha un’audacia feroce combinata con un’affascinante compassione, una splendida miscela di caratteristiche tradizionalmente maschili e femminili.

L’esperienza mi dice che dietro l’angolo c’è sempre qualcosa di nuovo, e il suo interesse più recente sembra essere la recitazione amatoriale… auguratemi buona fortuna! Insieme a dipingere i vasi, decorare i cupcake, dipingersi la faccia e creare profumi sono tutte cose che non ho mai sperimentato con i miei ragazzi, non perché non le avremmo fatte volentieri, ma perché non esprimevano interesse al riguardo. Ho provato a parlare loro di guardare i fiori, dell’importanza di piantare i semi alla giusta profondità e della bellezza di appartenere a un coro, ma ho capito rapidamente che non sarei arrivata da nessuna parte.

Sono grata di aver avuto l’esperienza di una bambina, e solo anni dopo, guardando mia figlia di sette anni, ho capito che le sfide di avere una femmina possono essere diverse, ma solo nello modo in cui sono diverse le sfide che si affrontano con qualsiasi bambino, perché ciascuno è unico.

Avere Mimi ha permesso a me, ex maschiaccio, di sperimentare un tesoro di piaceri dimenticati e ricordi nostalgici. Vederla giocare mi permette di rivivere la gioia delle piccole cose che ho scoperto nella mia infanzia. È un legame che mi è caro. Mi ha anche provato che la felicità che traggo dai miei figli non è collegata al loro genere. La amo con la stessa intensità e profondità con cui amo tutti i miei figli. Il suo genere è per molti versi insignificante. Sono la sua forza di carattere, la sua gentilezza e la sua umanità che la rendono speciale.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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