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Pregare lasciando che Dio ci guardi

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Andrea Tornielli - Vatican Insider - pubblicato il 02/07/16

«Mi metto davanti al Signore, e non dico niente». Un testo di Albino Luciani vescovo di Vittorio Veneto.

«La prima cosa per un discepolo è stare con il maestro, ascoltarlo, imparare da Lui. È un cammino che dura tutta la vita. È uno stare alla presenza del Signore, lasciarci guardare da Lui. Lasciarci guardare dal Signore. Questa è una maniera di pregare.È un po’ noioso, ti fa addormentare? Addormentati, lui ti guarderà lo stesso. Ma sei sicuro che Lui ti guarda». Queste parole pronunciate da Francesco nel settembre 2013 nel corso di un’udienza per i catechisti rappresentano un leit-motiv nella sua predicazione e suggeriscono, ispirandosi agli scritti e alle testimonianze di alcuni santi della storia della Chiesa, un modo di pregare che lasci a Dio tutta l’iniziativa.

Nel 2003 il mensile 30Giorni pubblicava una conversazione tenuta da Albino Luciani sulla preghiera quando era vescovo di Vittorio Veneto.

Rileggendola, colpisce la profonda sintonia tra colui che sarebbe diventato Papa Giovanni Paolo I, e il suo terzo successore. Luciani, dopo aver parlato del «senso di adorazione, di stupore davanti a Dio», suggerendo di sentirsi «sempre piccoli, miseri, davanti» a Lui, aggiungeva: «Bisogna aiutarli, i fedeli, ad adorare, a ringraziare il Signore. Nessuno è grande davanti a Dio. Davanti a Dio anche la Madonna s’è sentita guardata, piccola. È importantissimo sentirci guardati da Dio. Sentirci oggetto dell’amore che Dio ci porta. San Bernardo, quand’era piccolissimo, in una notte di Natale, s’è addormentato in chiesa e ha sognato. Gli è parso di vedere Gesù bambino che diceva, additandolo: “Eccolo là, il mio piccolo Bernardo, il mio grande amico”. S’è svegliato, ma l’impressione di quella notte non si è più cancellata e ha avuto un’enorme influenza sulla sua vita. Sentiamoci piccoli, perché siamo piccoli. Se non ci sentiamo piccoli è impossibile la fede. Chi alza la cresta, chi si vanta troppo, non ha fiducia in Dio. Tu sei grandissimo, Signore, io, di fronte a te, piccolissimo. Non mi vergogno di dirlo. E farò volentieri quello che mi chiedi».

L’allora vescovo di Vittorio Veneto spiegava di non essere un mistico. «Santa Teresa, che era una donna molto esperta, dice: “Io ho conosciuto dei santi, dei veri santi, che non erano contemplativi, e ho conosciuto dei contemplativi che avevano grazie di orazione superiore, che però non erano santi”. Il che vuol dire che, “salvo meliore iudicio”, non sarebbe necessaria la contemplazione alla santità. Sulla contemplazione quindi non posso perciò intrattenervi, perché sinceramente non me ne intendo, anche se ho letto qualche libro. Perciò mi fermo alla semplice orazione, quella umile, quella delle anime semplici».

«Io mi spiego di solito – aggiungeva Luciani – con un esempio molto semplice e pratico. Sentite: c’è il papà che festeggia l’onomastico: in casa hanno organizzato un po’ di festicciola. Arriva il momento: lui sa già di che si tratta, e dice: “Adesso vediamo cosa mi fanno di bello!”. Per primo viene il più piccolo dei suoi bambini: gli hanno insegnato la poesia a memoria. Povero piccolo! È lì di fronte al papà, recita la sua poesia. “Bravo!”, dice il papà, “ho tanto piacere, ti sei fatto onore, grazie, caro”. A memoria. Va via il piccolino, e si presenta il secondo figliolo, che fa già le medie. Ah, non si è mica degnato di imparare una poesiola a memoria; ha preparato un discorsetto, roba sua, farina del suo sacco. Magari breve, ma si impanca da oratore. “Non avrei mai creduto”, il papà, “che tu fossi così bravo a far discorsi, caro”. È contento il papà: ma guarda che bei pensieri!… Non sarà un capolavoro, ma… Terza, la signorina, la figliola. Questa ha preparato semplicemente un mazzetto di garofani rossi. Non dice niente. Va davanti al papà, neanche una parola: però è commossa, è così rossa che non si sa se sia più rossa lei o i garofani. E il papà le dice: “Si vede che mi vuoi bene, sei così emozionata”. Ma neanche una parola. Però i fiori li gradisce, specialmente perché la vede tanto commossa e così piena di affetto. Poi c’è la mamma, c’è la sposa. Non dà niente. Lei guarda suo marito e lui guarda lei: semplicemente uno sguardo. Sanno tante cose. Quello sguardo rievoca tutto un passato, tutta una vita. Il bene, il male, le gioie, i dolori della famiglia. Non c’è altro».

«Sono i quattro tipi di orazione – spiegava il vescovo di Vittorio Veneto – Il primo è l’orazione vocale: quando dico il rosario con attenzione, quando dico il Pater noster, l’Ave Maria; allora siamo dei bambini. Il secondo, il discorsetto, è la meditazione. Penso io e faccio il mio discorso col Signore: bei pensieri e anche profondi affetti, intendiamoci. Il terzo, il mazzo di garofani, è l’orazione affettiva. La ragazzina tanto emozionata e tanto affettuosa. Qui non occorrono molti pensieri, basta lasciar parlare il cuore. “Mio Dio, ti amo”. Se uno fa anche solo cinque minuti di orazione affettiva, fa meglio che la meditazione. Quarto, la sposa, è l’orazione della semplicità o di semplice sguardo, come si dice. Mi metto davanti al Signore, e non dico niente. In qualche maniera lo guardo. Sembra che valga poco, questa preghiera, invece può essere superiore alle altre».

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