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I vescovi europei: “Lesbo come paradigma dell’accoglienza migranti”

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Una pietra miliare, un avvenimento con cui ci si dovrà necessariamente confrontare in futuro, un paradigma per la risposta dell’Europa alla crisi dei rifugiati: racchiude tutte le attese dei vescovi accreditati presso l’Unione Europea la definizione della visita che papa Francesco effettuerà sabato prossimo all’isola di Lesbo. In una dichiarazione, resa nota il 14 aprile dal segretario Comece, padre Patrick H. Daly, l’attenzione pastorale dei vescovi per un problema che scuote l’Europa e di cui la Chiesa cattolica intende «far parte della soluzione», come hanno ribadito anche nel recente incontro di Heiligenkreuz. 

«Non è solo un gesto umanitario di importanza straordinaria, ma il contesto ecumenico in cui si svolge, insieme con il patriarca ecumenico Bartolomeo I e l’arcivescovo Ieronymos di Atene, primate della Chiesa di Grecia, lo rende particolarmente benvenuto» continua il testo in sintonia con il Pontefice. I vescovi conoscono bene la situazione di estrema incertezza che si è creata all’interno delle società europee in parallelo con la crisi dei migranti e rifugiati e alla quale da mesi hanno opposto un’azione decisa per costruire una mentalità dell’accoglienza. Tuttavia nessuno si nasconde la difficoltà concreta di incidere sulle coscienze, anche (anzi soprattutto) di tanti cristiani. 

Ai vescovi preme ricordare come fin dall’inizio del suo pontificato, nel visitare il «roccioso avamposto italiano» dell’isola di Lampedusa, papa Francesco abbia mostrato tutta la sua preoccupazione per tutti quei migranti che hanno messo a repentaglio le loro vite con l’unico obiettivo di cercare rifugio in Europa. Ma tengono anche a precisare come il destino dei migranti e dei richiedenti asilo sia stato da lungo tempo una preoccupazione centrale della commissione la quale più e più volte ha accolto con grande favore il modo con cui il Santo Padre, con parole e gesti, ha richiamato l’attenzione sulla situazione di coloro che fuggono dai pericoli e dalle sofferenze provocate dai conflitti o da altre forme di violenza e/o per affrancarsi dalle situazioni di drammatica povertà nei loro paesi d’origine al fine di raggiungere una vita migliore bussando alle porte del ricco continente europeo. 

Ma, proprio come il Santo Padre, anche i vescovi Ue sono convinti che la sensibilizzazione delle coscienze ha bisogno di una strategia comune tra i cristiani e ricordano tutto il lavoro svolto in questi anni nelle sedi di Bruxelles in dimensione ecumenica per far giungere ferma e chiara la voce delle chiese sul tema migranti, un tema – riconoscono con grande realismo – che non ha più i connotati dell’emergenza, ma che occuperà anche negli anni a venire un posto importante nell’agenda europea. 

Come già espresso all’indomani delle conclusioni del Consiglio europeo del 17 dicembre 2015, quando si dichiaravano «sostanzialmente d’accordo» sulle decisioni adottate per l’attuazione delle misure per l’accoglienza, il monitoraggio e la ridistribuzione dei rifugiati fra i paesi dell’Unione, ma esprimevano anche rammarico che non si fosse mostrato maggiore coraggio, i vescovi intendono questa volta aggiungere la loro voce a quella di coloro che chiedono di rivedere l’accordo siglato tra l’Unione Europea e la Turchia attivo da inizio aprile. «È nostra viva preoccupazione invocare che la dignità degli esseri umani, i loro diritti fondamentali, compreso il diritto di chiedere protezione, il trattamento umanitario di base, gli interessi dei minori, l’obbligo di “non respingimento” e il diritto sacrosanto alla vita familiare (e quindi la ricongiunzione dei nuclei familiari), siano rispettati in ogni circostanza», scrivono i vescovi che sollevano altresì il problema dell’entrata illegale di molti, col rischio di cadere preda di trafficanti di esseri umani e altri criminali.  

«Migliaia di loro, troppi, sono già morti nella pericolosa attraversata del Mar Mediterraneo» sottolinea la dichiarazione ricordando come già nel 2014, la Comece insieme ad altre organizzazioni cristiane avevano messo a punto una serie di proposte per lo sviluppo di percorsi sicuri e legali cui nel 2015 si era aggiunta la preoccupazione per la drammatica situazione dei minori non accompagnati. 

È fondamentale allora che tutti i 28 Stati membri dell’Unione europea prendano coscienza che la crisi dei rifugiati e migrazioni richiede una responsabilità condivisa. L’unico modo per uscire dalla crisi è un’azione coordinata tra tutti i governi europei: le proposte non mancano, ma le risposte non sono soltanto da chiedere alla politica, perché, come ricordavano all’ultima Giornata internazionale del Migrante, «accogliere il prossimo è accogliere Dio in persona» 

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