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Bangladesh, l’escalation di violenza che spaventa i cristiani

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Vivere con una paura che attanaglia ogni giorno, ogni passo e ogni attività. Non è facile oggi la vita per le minoranze religiose, per i leader sociali, per gli attivisti dei diritti umani in Bangladesh. Non è facile nemmeno per quanti si professano atei oppure sono semplicemente stranieri, impegnati nel Paese per motivi professionali o per attività economiche. L’attentato terroristico in un ristorante di Dacca – che ha fatto 20 morti e numerosi feriti – ha segnato una svolta nella strategia dei gruppi radicali islamici che da tempo hanno avviato una campagna violenta che mira a terrorizzare la società civile ma che ha anche l’obiettivo indiretto di creare un terremoto istituzionale, mettendo in crisi il governo.  

Il Papa, «profondamente rattristato dalla violenza insensata perpetrata contro vittime innocenti a Dacca, esprime di cuore le proprie condoglianze e condanna questi atti barbari come offese contro Dio e contro l’umanità». Lo afferma un messaggio inviato presso la diocesi di Dacca, a nome del Papa, dal segretario di Stato Pietro Parolin. Il Pontefice inoltre «affida i morti alla misericordia di Dio, e assicura le proprie preghiere alle famiglie in lutto e ai feriti». 

«Siamo molto preoccupati per la crescita del terrorismo. La situazione che viviamo è davvero difficile», racconta all’agenzia vaticana Fides Dilip Costa, direttore del Pontificie Opere missionarie in Bangladesh. E aggiunge: «I pericoli ci sono e anche noi cristiani li avvertiamo, dato che vi sono stati attacchi anche contro luoghi cristiani e missionari. Il governo dice di fare del suo meglio, ma evidentemente non è abbastanza per fermare questi attacchi», aggiunge, ricordando che «le istituzioni cristiane sono protette dalla polizia» ma «tutte le minoranze vivono in uno stato di paura e non sappiamo dove questa precaria situazione condurrà la nazione. Come cristiani preghiamo e continuiamo la nostra missione soprattutto con le opere sociali», conclude. 

La comunità cattolica in Bangladesh, che conta circa 300mila fedeli (0,2% della popolazione, in una nazione al 90% musulmana), in un tempo di disagio e di incertezza, «vive pacificamente, impegnandosi nella attività pastorali, nel dialogo e nelle opere di carità, cosciente di essere nelle mani della Provvidenza di Dio» racconta Theotonius Gomes, vescovo ausiliare e docente al Seminario maggiore di Dacca. Il Vescovo esprime le condoglianze alle vittime dell’attacco terroristico e deplora «quei gruppi fanatici che seminano violenza e morte», formazioni che oggi sfruttano il marchio dello Stato islamico (Is), in una cornice di instabilità politica e sociale che contribuisce a tenere alta la tensione nel Paese.  

Ma già negli ultimi mesi, prima dell’attentato di Dacca, omicidi mirati di esponenti delle minoranze religiose così come di blogger, attivisti, leader sociali, intellettuali, religiosi, cooperanti – almeno venti nel 2016 – avevano messo in subbuglio a la società civile. William Proloy Samadder, segretario della Bangladesh Christian Association, nota: «Si è avuta la tendenza di considerare tali attacchi come incidenti isolati, ma ora la questione è diventata più grave».  

L’ultimo a perdere la vita è stato Shaymanonda Das, 45enne sacerdote indù, ucciso a colpi di machete di fronte al tempio di Radha Madan Gopal, nel distretto di Jhenaidah, 300 km a sud-ovest dalla capitale. Il 5 giugno, un droghiere cristiano di nome Sunil Gomez è stato ucciso all’interno del suo negozio in un quartiere cristiano nel distretto di Natore. E due giorni dopo, Ananda Gopal Ganuli, leader religioso indù, è stato ucciso a Jhenaidah dopo aver indossato i suoi abiti rituali per il culto. 

Il governo finora ha minimizzato, negando i contatti con formazioni terroristiche internazionali. Intervenendo in Parlamento due settimane fa, il primo ministro Sheikh Hasina ha promesso solennemente che «i responsabili delle uccisioni mirate di minoranze religiose non resteranno impuniti».  

Parole che gli ultimi attacchi smentiscono clamorosamente, nota oggi l’avvocato Rana Dasgupta, segretario generale del forum interreligioso Hindu Buddhist Christian Unity Council of Bangladesh: «Intere comunità sono terrorizzate e si sentono molto insicure. Non vediamo alcun intervento concreto della politica o delle istituzioni per frenare la violenza e trovare soluzioni adeguate». 

«Gli attacchi contro le minoranze religiose da parte di gruppi estremisti in Bangladesh sono aumentati rapidamente negli ultimi mesi» riporta l’Ong Christian Solidarity Worldwide, chiedendo al governo «di far seguire ai discorsi l’azione»: «I colpevoli vanno arrestati e processati per porre fine all’impunità e assicurare la giustizia per tutti i cittadini del Bangladesh, a prescindere dalla loro religione» si afferma.  

Intanto anche la vita dei missionari italiani – già in allerta dopo l’attentato che ha visto vittima l’italiano Pietro Parolari a novembre del 2015 – resta blindata. Ogni attività pastorale e sociale è sotto scorta: la polizia segue e accompagna i missionari nei loro spostamenti e a volte sconsiglia loro di muoversi. Se le restrizioni continueranno, non si escludono ripensamenti per l’invio e la dislocazione dei missionari, tuttora necessari per una Chiesa locale che muove piccoli passi e non è ancora in grado di camminare con le sue gambe.  

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