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Bergoglio come il generale San Martin?

Vatican Insider - pubblicato il 30/06/16

«Al tempo della nascita della nostra patria c’erano personaggi e mezzi di informazione come “Il Tempo di Buenos Aires” e “Il Pampeano” che non volevano che San Martin tornasse al Paese. Lo denigrarono in continuazione e raggiunsero i loro obbiettivi. Il generale José de San Martin non poté sbarcare nella sua casa che è la nostra patria. Oggi al papa Francesco succede lo stesso. Per questo chiediamo riflessione e serenità affinché non capitino nel nostro paese ingiustizie così grandi come quella che abbiamo avuto con il nostro liberatore. Che non siano quelle voci a prevalere quando parlano di Papa Francesco”. Il parallelismo –che è allo stesso tempo una vera e propria chiamata d’attenzione- l’ha tracciato José Maria di Paola – per tutti gli argentini “padre Pepe” – ed è risuonato ieri a Buenos Aires durante un incontro promosso del collettivo “Generación Francisco”, una rete laica che si propone diffondere il pensiero del Papa argentino. 

L’evento, presenti “curas villeros” ed esponenti della società civile, si è svolto in una data e in luogo simbolici: il giorno dei Santi Pietro e Paolo, l’istituzione della cattedra di Pietro per la Chiesa, nella cappella Nostra Signora di Lujan, nella Villa 21, una delle favelas di Buenos Aires più frequentate dall’arcivescovo Bergoglio. La consegna, una sola: “difendere Francesco” e “ripudiare la campagna contro il Papa”. 

“L’impronta di questo pastore la troveremo nelle periferie e per questo abbiamo voluto celebrare la messa per il “giorno del papa” qui”, ha esordito il sacerdote, che in questa villa ha lavorato molti anni, prima di dover traslocare suo malgrado in seguito alle minacce di morte ricevute dei narcotrafficanti locali. “Qui Francesco, quando ancora era il nostro arcivescovo Jorge, ha lavato i piedi di quelli che considerava suoi apostoli, i ragazzi del paco (la droga derivata dalla lavorazione della cocaina consumata specialmente dai giovani nelle villas ndr). Qui, dove ha dato origine al primo “hogar de Cristo” (casa di Cristo, centri di recupero per i tossicodipendenti) un giovedì santo del 2008”, ha ricordato Di Paola, oggi parroco di un gruppo di baraccopoli alla periferia di Buenos Aires. “In questo luogo possiamo comprendere perché Francesco difende oggi gli immigrati, i senzatetto, quelli che non hanno lavoro, i tossicodipendenti”. 

Ma perché quest’urgenza di “difendere Francesco”? Di Paola ha fatto riferimento alle recenti critiche e polemiche che in Argentina hanno avuto come protagonista il Papa, sfociate in quella che dalla “Generación Francisco” definiscono una “fenomenale e inusuale campagna contro la sua persona, i suoi gesti e le sue idee” perché “scomode”, una campagna “cominciata sottotraccia ma ora perseguita in modo sistematico”. “Accompagniamo la ‘generazione Francisco’ in questa proposta di stare vicini al Papa perché è un campanello d’allarme”, ha dichiarato Di Paola. “In Argentina molte voci cercano di sporcare la sua autorità morale nello stesso momento in cui lui camminava insieme al sofferente popolo armeno, ricordandone lo sterminio mentre le superpotenze e i potenti lo hanno ignorato”. 

Di Paola ha indirettamente rifiutato l’argomento –che si sta facendo strada tra una parte della società Argentina- di un Papa che sarebbe “cambiato”, in particolare a partire dal cambiamento di governo. “Jorge è lo stesso Francesco, non una persona diversa da quello che abbiamo conosciuto; nel Vangelo Gesù cambia il nome di Simone in Pietro, ma lui continua ad essere lo stesso”, ha affermato. “Che non si arrabbino taluni editorialisti di giornali se lui perdona quelli che lo hanno ingiuriato, se dice qualcosa che non coincide con gli interessi dei potenti né con i calcoli politici o ideologici che difendono”.  

“Non si può capire il Papa se lo si guarda dal centro della città o dai centri di potere”, ha avvertito. “Nel gesto del lavaggio dei piedi ai giovani che ha compiuto tra noi, l’acqua si è riversata nel tempo su tanti altri piedi per poter dare ai ragazzi una vita degna. È questo il pastore che noi cristiani vogliamo. Per questo invitiamo tutta la chiesa a seguire Francesco in preghiera e lavorando per i più poveri”. 

Durante il discorso Padre Pepe Di Paola era affiancato da altri sacerdoti villeros come Lorenzo De Vedia e Carlos Olivero. Variegato l’elenco dei firmatari della petizione in ripudio alla campagna contro il papa: il premio Nobel per la pace, Adolfo Perez Esquivel, padre Francisco Fernandez della diocesi di Malaga, Mohsen Alí, religioso islamico e direttore della Casa para la diffusione dell’islam in Argentina, docenti universitari, legislatori nazionali e provinciali di diversi orientamenti politici, fino a cantori popolari. 

Una reazione forse davvero necessaria per evitare che l’Argentina divori un altro dei suoi figli migliori. Un paese ben strano in cui il detto “nessuno è profeta in patria” sembra valere più che altrove, da San Martin a Messi e ora perfino per Francesco. 

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