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Una promessa alla mia vicina abusata

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Kim M Smith/Shutterstock

Anna O'Neil - pubblicato il 27/06/16

Nella sua vita non c'è niente che mi sembri prezioso, ma Dio vede di più

La prima volta che ho incontrato la mia vicina Sue è stato perché mio figlio di un anno aveva appena imparato a dire “cane” e non potevo deluderlo non passando davanti al suo volpino di Pomerania durante la nostra passeggiata quotidiana. Sue era esile e senza denti, con i capelli incolore, e parlava a raffica. Lasciava le frasi incomplete saltando di palo in frasca. Le sue storie erano piene di dettagli, ma non di quelli che danno coerenza al racconto.

Quando ci incontravamo per la strada ci fermavamo e parlavamo, di niente in particolare. Sembrava felice di avere qualcuno che la ascoltasse, e allora mi impegnavo a fermarmi e a parlare se le nostre strade si incrociavano.

Qualche giorno fa ha accostato accanto a me mentre era nella sua grande station wagon nera, ha abbassato il finestrino e ha iniziato a raccontarmi la storia della sua vita, proprio lì, in mezzo alla strada. Era sfuggita da poco a dieci anni di matrimonio con un uomo che la picchiava ogni giorno, le ha fatto saltare la maggior parte dei denti, la rinchiudeva in armadi e garage, la nutriva con pane e ginger ale quando le andava bene e abusava verbalmente di lei al punto da annichilire il suo ego. In vari momenti della conversazione ha parlato del suo disturbo da stress post-traumatico, del suo cancro non curato in fase avanzata, dell’infertilità provocata dal trauma e delle sue forti emorragie interne.

Mi ha detto che non le avevano riferito quando suo padre era morto e che non le era stato permesso di partecipare al suo funerale, ma era riuscita a scrivere sulla finestra con un pezzo di sapone “IL MIO PAPÀ È MORTO 🙁 :(” prima che il marito riuscisse a fermarla.

Quella notte mi sono svegliata cinque volte, lacerata dentro perché non avevo mai incontrato una tale povertà assoluta, a livello mentale, fisico ed emotivo. Ma so anche che non ho niente da offrire che possa guarirla o aiutarla. Mio Dio, quanto vorrei poterlo fare, e mio Dio, quanto voglio bene a questa mia sorella.

Quella notte ero arrabbiata con me stessa, e anche con Dio, per la ricchezza d’amore nella mia vita che non ho fatto nulla per meritare, mentre a pochi metri di distanza vive un Lazzaro che sarebbe ben lieto di raccogliere le briciole della mia tavola, la pace e il conforto che per me sono normali. La sua vita sembra completamente solitaria e infelice, e i suoi fardelli troppo pesanti perché la sua mente distrutta li possa comprendere.

Sue mi ricorda la bambina di nove mesi della porta accanto, nata con la toxoplasmosi, un’infezione parassitaria che l’ha lasciata cieca, mentalmente disabile e devastata da attacchi quotidiani. Un’altra vicina, una signora anziana, mi ha confidato che forse sarebbe meglio – e un sollievo per i suoi genitori – che non vivesse a lungo, visto che quella bambina non ha una grande prospettiva di vita davanti a sé.

Per mia vergogna, mi sono ritrovata a pensare questo anche di Sue. Cosa l’aspetta nella vita? Solo solitudine, confusione e dolore, mentre il mio futuro ha l’aspettativa di amore e risate, figli e nipoti.

Ma il contenuto di una vita non ne determina il valore.

Ero arrabbiata con Dio per conto di Sue perché la vita dovrebbe essere preziosa, ma non c’è niente nella sua esistenza che mi sembri tale. Ma Dio vede di più. E non resta in silenzio. Mi ha già detto che Sue, che è povera, affamata e addolorata, ha un futuro, e anche glorioso: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati… Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati”.

La promessa di Cristo per Sue non mi conforta molto, e non riesce ad allentare la stretta che ho al cuore quando passo davanti a casa sua, ma il fatto che io mi senta confortata o meno da questa promessa non conta affatto. Ciò che conta è che è sempre una promessa, e che verrà il giorno in cui le lacrime di Sue verranno spazzate via.

—–

Anna O’Neil è laureata presso il Thomas More College of Liberal Arts. Ama le mucche, la confessione e il giallo, non necessariamente in quest’ordine. Vive nel Rhode Island (Stati Uniti) con il marito e il figlio, e cerca di ricordare che, come ha detto Chesterton, “se vale la pena fare una cosa, vale la pena farla male”.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
dignità della persona
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