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Il Papa e l’Armenia: tra memoria, dolore e speranza

Vatican Insider - pubblicato il 26/06/16

Il momento più commovente del viaggio di Francesco in Armenia ha inizio di buon’ora. E più che di parole, è intessuto di sguardi, di lunghi silenzi, del suono struggente dei flauti e del dolore ancora scolpito sui volti dei figli e dei nipoti dei sopravvissuti. L’aria è tersa qui sulla «collina delle rondini», nel Tzitzernakaberd Memorial, il mausoleo circolare formato da dodici lastre di basalto inclinate, dal numero di province vittime del genocidio di cento anni fa, dove arde a cielo aperto la «Fiamma Eterna». Sullo sfondo si staglia, inconfondibile e innevato, il biblico Monte Ararat. 

Dopo aver parlato venerdì scorso del «Metz Yeghérn», il «Grande Male», Francesco rende omaggio con la preghiera al milione e mezzo di armeni sterminati. È raccolto, silenzioso, commosso, partecipe della sofferenza che ha segnato indelebilmente la storia dell’intero popolo, la prima nazione diventata cristiana. Sosta a lungo in preghiera appena deposta una corona di fiori, dopo aver percorso a piedi insieme al Catholicos Karekin II l’ultimo tratto del viale che conduce al Memoriale circondato dai bambini che reggono cartelli raffiguranti i martiri. Straziante è il canto dell’inno «Hrashapar», che definisce le vittime «immagini autentiche dell’Agnello di Dio, che condotte al massacro, furono sacrificate» e «stavano davanti agli sbranatori imbestialiti per impeto irrazionale, eppure non aprirono le loro bocche, né per rinnegare il Signore, né la patria». 

Lungo il percorso del giardino, Bergoglio innaffia un albero a memoria della visita. Poi si siede per firmare il «Libro d’Onore», su cui scrive parole sgorgate da dentro: «Qui prego, col dolore nel cuore, perché mai più vi siano tragedie come questa, perché l’umanità non dimentichi e sappia vincere con il bene il male; Dio conceda all’amato popolo armeno e al mondo intero pace e consolazione. Dio custodisca la memoria del popolo armeno. La memoria non va annacquata né dimenticata; la memoria è fonte di pace e di futuro». 

I volti della memoria sono lì, accanto a lui. C’è il fratello del vescovo armeno cattolico di Gyumri, Raphael Minassian: il loro padre era uno degli orfani del genocidio, e venne salvato e ospitato con altre centinaia di bambini a Castel Gandolfo nel 1919, per volere di Benedetto XV. Quel Papa implorò il Sultano turco di proteggere gli armeni ed è ricordato con una lapide nel muro dei giusti. 

Francesco trascorre il resto della giornata nella seconda città dell’Armenia, Gyumri, devastata dal terremoto nel 1988, dove vive la più consistente comunità cattolica. Qui i sovietici chiusero tutte le chiese. Rimase aperta soltanto la cattedrale delle «Sette Piaghe di Maria». E gli armeni apostolici ospitarono il culto anche dei cattolici e degli ortodossi russi. Nell’omelia dell’unica messa pubblica in Armenia il Papa spiega che l’amore è il «concreto biglietto da visita» del cristiano»: «altri modi di presentarsi possono essere fuorvianti e persino inutili». Alla fine della liturgia Francesco invita il Karekin II sulla papamobile e insieme benedicono la folla. 

Ma se l’inizio della giornata è struggente, è l’epilogo ad aprire alla speranza. Alle sette di sera, stanco, sudato e sorridente, ecco Bergoglio appena ritornato a Yerevan percorrere a piedi la Piazza della Repubblica a fianco del Catholicos, per la preghiera comune per la pace. Karekin II fa un discorso forte sul genocidio non riconosciuto dalla Turchia, auspicando la fine dell’embargo turco sull’Armenia e la fine delle «provocazioni militari» dell’Azerbaigian. Il Papa risponde commemorando ancora il «Grande Male», definito scandendo con determinazione ogni sillaba, «immane e folle sterminio» e «tragico mistero di iniquità» che «brucia il cuore». Cita le sofferenze dei cristiani perseguitati, le guerre e il traffico di armi. Ma ricorda che «farà bene a tutti impegnarsi per un futuro che non si lasci assorbire dalla forza ingannatrice della vendetta», chiedendo di percorrere «sentieri nuovi» dove «le trame di odio» si trasformino in «progetti di riconciliazione» nella speranza che riprenda «il cammino di riconciliazione tra il popolo armeno e quello turco, e la pace sorga anche nel Nagorno Karabakh». La memoria non deve riaccendere conflitti ma favorire cammini di pace. 

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