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I cristiani chiedano scusa per le persone gay emarginate, i poveri, le donne sfruttate, le tante armi benedette

Andrea Tornielli - Vatican Insider - pubblicato il 26/06/16


Chi siamo noi per giudicare? Dobbiamo accompagnare bene, secondo quello che dice il Catechismo. Poi ci sono tradizioni in alcuni Paesi e culture che hanno una mentalità diversa su questo problema. Io credo che la Chiesa, o meglio i cristiani perché la Chiesa è santa, non solo devono chiedere scusa come ha detto quel cardinale “marxista”… ma devono chiedere scusa anche ai poveri, alle donne sfruttate, devono chiedere scusa di aver benedetto tante armi, di non aver accompagnato tante famiglie. Io ricordo da bambino la cultura cattolica chiusa di Buenos Aires: non si poteva entrare in casa di divorziati. Sto parlando di ottant’anni fa. La cultura è cambiata e grazie a Dio, come cristiani, dobbiamo chiedere tante scuse, non solo su questo: perdono Signore, è una parola che dimentichiamo. Il prete “padrone” e non il prete padre, il prete che bastona e non il prete che abbraccia e perdona… ma ce ne sono tanti santi preti cappellani negli ospedali e nelle carceri, ma questi non si vedono, perché la santità ha pudore. Invece la spudoratezza è sfacciata e si fa vedere. Tante organizzazioni, con gente buona e gente non tanto buona. Noi cristiani abbiamo anche tante Terese di Calcutta… Non dobbiamo scandalizzarci, questa è la vita della Chiesa. Tutti noi siamo santi perché abbiamo lo Spirito Santo ma siamo tutti peccatori, io per primo».

Qualche settimana fa lei ha parlato di una commissione per studiare la possibilità delle diaconesse. Esiste già? A volte una commissione serve per dimenticarsi del problema.

«C’era un presidente dell’Argentina che diceva di altri presidenti: quando non vuoi risolvere un problema fai una commissione. Io sono stato il primo a essere sorpreso per questa notizia, perché nel dialogo con le superiore religiose mi hanno chiesto: “Abbiamo sentito che nei primi secoli c’erano la diaconesse. Si potrà studiare questo?”. Solo questo hanno chiesto e io ho raccontato che conoscevo un teologo siriano che mi aveva detto: “Sì, c’erano, ma non si sa bene se avessero l’ordinazione. Certamente c’erano e aiutavano in tre cose: nel battesimo delle donne, nelle unzioni pre e post battesimali delle donne. E nel caso in cui una moglie fosse andata a lamentarsi dal vescovo perché il marito la picchiava: il vescovo chiamava la diaconessa per vedere i lividi sul corpo della donna. Il giorno dopo i media hanno scritto: “La Chiesa apre alle diaconesse”. Ho chiesto dei nomi per fare una commissione, e adesso è lì sulla mia scrivania, sto per farla. Ma c’è un’altra cosa: un anno e mezzo fa ho fatto una commissione di donne teologhe che hanno lavorato con il cardinal Rylko, e hanno fatto un buon lavoro. È molto importante il pensiero della donna. Per me la funzione della donna non è così importante come il pensiero della donna, che pensa diversamente dall’uomo e non si può prendere una buona decisione senza consultare delle donne, come facevo a Buenos Aires. Le donne vedono le cose in un’altra luce e la soluzione poi alla fine è sempre stata molto feconda e bella. Vorrei sottolinearlo: è più importante il modo di capire, di pensare, di vedere della donne che la loro funzione. E poi ripeto: la Chiesa è donna, è la Chiesa e non è zitella, è sposa di Gesù Cristo».

Quali sono i suoi sentimenti, lo stato d’animo e le preghiere che fa per il futuro del popolo armeno?

«Auguro per questo popolo la giustizia e la pace, e prego per questo, perché è un popolo coraggioso. Prego perché trovi la giustizia e la pace. So che tanti lavorano per questo, sono stato molto contento la settimana scorsa quando ho visto una fotografia di Putin con i due presidenti armeno e azero: almeno parlano! E anche con la Turchia: il presidente armeno nel discorso di benvenuto ha avuto il coraggio di dire: mettiamoci d’accordo, perdoniamoci e guardiamo al futuro. Questo è un coraggio grande, è un popolo che ha sofferto tanto. E poi l’icona del popolo armeno, che mi è venuta oggi mentre pregavo: una vita di pietra e una tenerezza di madre. Ha portato croci, croci di pietra, ma non ha perso la tenerezza, l’arte, la musica. Un popolo che ha sofferto tanto nella sua storia, soltanto la fede lo ha mantenuto in piedi. È stata la prima nazione cristiana perché il Signore l’ha benedetta, ha avuto vescovi santi, martiri, e nella sua resistenza ha fatto una pelle di pietra ma non ha perso il cuore materno, di una terra che è madre. Io avevo tanti contatti con gli armeni a Buenos Aires, andavo spesso da loro, alle messe. Andavo a cena con loro… e voi fate cene pesanti eh! Per voi, più importante ancora dell’appartenenza alla Chiesa apostolica o a quella cattolica è l’armenità, il vostro essere armeni».

Ieri sera lei ha chiesto ai giovani di essere attori di riconciliazione con la Turchia e l’Azerbaigian, paese che visiterà in ottobre. Che cosa si può fare concretamente per aiutare questo e che cosa dirà?

«In Azerbaigian parlerò agli azeri della verità di ciò che ho visto qui e che sento. Incoraggerò anche loro. Ho incontrato il presidente azero e ho parlato con lui. Dirò anche che non fare la pace per un pezzettino di terra significa qualcosa di oscuro: ma lo dico a tutti, armeni e azeri. Forse non si mettono d’accordo sulle modalità di fare la pace e su questo bisognerà lavorare. Dirò quello che mi viene nel cuore, ma sempre in positivo, cercando soluzioni che siano percorribili e che vadano avanti».

Al memoriale di Yerevan lei ha pregato in silenzio, senza fare discorsi. Farà lo stesso anche quando visiterà, in luglio, Auschwitz e Birkenau?

«Due anni fa a Redipuglia ho fatto lo stesso per commemorare il centenario della Guerra. Con il silenzio. Vorrei andare ad Auschwitz, in quel luogo di orrore senza discorsi, senza tante persone, soltanto le poche necessarie, anche se i giornalisti sicuro che ci saranno. Ma senza salutare questo o quello. Da solo, entrare e pregare che il Signore mi dia la grazia di piangere».

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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