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Nella lotta con Dio vince chi molla: un memento per i discepoli di Cristo

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padre Gaetano Piccolo - Rigantur Mentes - pubblicato il 19/06/16

Un giorno Gesù si trovava in un luogo isolato per pregare. I suoi discepoli lo raggiunsero ed egli chiese loro: – Chi sono io secondo la gente?Essi risposero: – Alcuni dicono che tu sei Giovanni il Battezzatore; altri invece dicono che sei il profeta Elia; altri ancora dicono che tu sei uno degli antichi profeti tornati in vita.Gesù riprese: – E voi, che dite? Chi sono io? Pietro rispose: – Tu sei il Messia, il Cristo promesso da Dio.Allora Gesù ordinò severamente ai discepoli di non dir niente a nessuno, ascolta e aggiunse: ‘Il Figlio dell’uomo dovrà soffrire molto: è necessario. Gli anziani del popolo, i capi dei sacerdoti e i maestri della Legge lo rifiuteranno. Egli sarà ucciso, ma al terzo giorno risusciterà’.Poi a tutti diceva: ‘Se qualcuno vuol venire con me, smetta di pensare a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. Chi pensa soltanto a salvare la propria vita la perderà; chi invece è pronto a sacrificare la propria vita per me la salverà (Lc 9,18-24)

La croce l’abbiamo attaccata con riverenza

alle pareti di casa nostra,

ma non ce la siamo piantata nel cuore.

Don Tonino Bello

Tutti ci portiamo dentro un profondo bisogno di essere capiti.

Quando le relazioni ci deludono o si spezzano, la prima cosa a cui pensiamo è che non ci siamo capiti, che non siamo stati capiti: pensavamo di conoscere l’altro, ma ci troviamo davanti una persona diversa. Pensavamo di essere stati capiti e invece ci ritroviamo ad aver dato un’immagine diversa di noi.

Lasciarsi conoscere da qualcuno è un’impresa ardua, anche perché rimaniamo sempre un mistero persino a noi stessi.

In questo brano del Vangelo anche Gesù esprime il suo bisogno di essere conosciuto, ma fa anche l’esperienza di non sentirsi compreso: la gente continua a proiettare su di lui schemi vecchi che non permettono di cogliere la novità della sua persona. Così anche noi preferiamo mettere etichette sulla vita degli altri, dare per scontato, supporre di aver capito. A Napoli usiamo dire: “sei carta conosciuta…”, ho imparato a leggere la tua vita e ti conosco già.

Forse per questo motivo Gesù invita ad andare fino in fondo, a continuare a vivere un’esperienza con lui, a passare anche attraverso l’umiliazione, la sofferenza e la morte: forse non tutto è ancora chiaro, forse c’è bisogno di camminare ancora un po’ insieme.

Questi versetti precedono infatti immediatamente la decisione di Gesù di andare verso Gerusalemme: Gesù ci sta invitando a fare la strada con lui per poterlo conoscere pienamente. È un invito a non fermarsi a quello che presumiamo già di sapere.

A differenza di Matteo e Marco che collocano la professione di fede di Pietro a Cesarea di Filippo, Luca – di solito così attento ai dettagli storici e geografici – non ci informa sul nome del luogo in cui avviene il dialogo tra Gesù e i suoi discepoli. Il luogo fisico dell’incontro diventa nel Vangelo di Luca un luogo interiore: Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. Il luogo da cui partire, ma anche il luogo delle domande fondamentali o il luogo del riconoscimento reciproco tra noi e Gesù è la preghiera.

È dal silenzio che comincia il cammino di ascolto dell’altro.

Non si può conoscere qualcuno se pretendiamo di camminargli sempre davanti, se pretendiamo di anticipare i suoi progetti e i suoi desideri. Per conoscere Gesù, ma direi per conoscere chiunque, occorre imparare a camminargli dietro, almeno per un po’. Stare dietro a Gesù vuol dire guardare dove lui mette i piedi, come affronta la vita, quali strade decide di percorrere. Il discepolo è infatti colui che davanti a ogni situazione si chiede: dove metterebbe i piedi Gesù in questa situazione?

Rinnegare se stessi vuol dire perciò mettere tra parentesi le proprie ragioni: la croce non è la sventura che ci ha colpiti. La croce è il Vangelo, la sua logica. Non possiamo assumere il modo di pensare del Vangelo se non rinunciando al nostro modo di pensare: il discepolo è colui che ogni giorno decide di scegliere alla maniera del Vangelo, secondo i criteri di Gesù. Perciò ogni giorno il discepolo decide di rinnegare il proprio modo autoreferenziale, egoista e ambiguo di pensare e decidere.

Come nella lotta di Giacobbe con l’angelo, il discepolo vince solo se perde nella lotta con Dio: ci sono persone che cercano a tutti i costi di salvare il monumento della loro vita, si svegliano ogni giorno con l’ansia di dover dare una sistemata alla propria immagine, sono ossessionati dalla paura che qualcuno svuoti i granai delle loro sicurezze. Queste persone sono già morte, hanno già perso la vita, perché non escono mai dalla torre del proprio io.

La pienezza della vita non è un perdere casuale, una distrazione, una sconfitta per disattenzione: chi perde la propria vita per causa mia e del Vangelo. La mamma per generare il figlio deve perdere qualcosa di sé. La lampada dà luce solo se l’olio diminuisce e il sale dà sapore solo se scompare. Non possiamo pensare di amare senza perderci. Chi ha provato ad amare sa quanto sia difficile amare pensando di poter continuare a rimanere padroni di se stessi.

Leggersi dentro

–          Come reagisco quando non mi sento capito?

–          Cosa sono chiamato a perdere oggi per salvare la mia vita?

Tags:
vangelo
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