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Paola Bonzi: «In questi anni abbiamo fatto tanta fatica, però sono nati fino ad oggi 19.000 bambini!»

youtube / CAV
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Paola Bonzi ci ha raccontato la sua storia e quella del Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli di cui è fondatrice e presidente

Le donne come vengono a conoscenza del Cav?

«È assolutamente tutto un passaparola, donne che sono state sostenute che a loro volta dicono alle altre “vai là che ti aiutano”, poi c’è anche qualche medico, qualche ostetrica che le manda di sopra da noi. L’ultimo caso è stato addirittura quello di un anestesista che, mentre visitava una signora perché potesse abortire, l’ha indirizzata al Centro. Oggi siamo 42 operatori e abbiamo aperto di fronte l’ospedale un consultorio familiare. Le donne del primo trimestre che possono ancora appellarsi alla legge 194 vengono da noi che siamo proprio dentro la clinica Mangiagalli; invece quelle che portano avanti la gravidanza e fino al compimento dell’anno di vita del bambino si rivolgono al consultorio dove sono seguite mensilmente con dei colloqui, dove possono fare tutte le visite necessarie, il corso di preparazione al parto, fare l’incontro con l’ostetrica, il massaggio del neonato, partecipare al gruppo bebè, sempre monitorate con degli incontri di tipo psicopedagogico. Inoltre noi effettuiamo una enorme distribuzione di beni essenziali per sostenere le mamme: questo ci porta sull’orlo del collasso perché erogare i pannolini fino al compimento dell’anno del bambino rappresenta un costo notevole se pensiamo che abbiamo in carico oggi 2.300 donne. Tutto questo comporta un bilancio di spesa di circa un milione e seicentomila euro: le lascio immaginare cosa vuol dire raccogliere tanti fondi…».

In che modo vivete l’esperienza di questo lavoro?

«Noi siamo tutti professionisti: consulenti familiari, psicologi, pedagogisti, educatori, assistenti sociali. Quindi c’è un momento molto professionale che è quello del colloquio che ha un suo preciso protocollo, e poi invece c’è un momento più “sciolto” per cui si chiacchiera con le persone e a me sembra di avere tante figlie, perché poi sono tutte molto affettuose. È un lavoro molto particolare che prende anche la vita degli operatori, perché poi ciascuno rivive le sue esperienze, la sua maternità, è coinvolto nella storia delle persone che incontriamo ed è difficile non piangere con chi piange. Però ci vuole la giusta misura tra i due aspetti».

Le donne che incontra conoscono i problemi che provoca un aborto?

«Quando incontro alcune donne molto decise ad abortire le approccio dicendo: “non creda che tutti i problemi si risolvano andando ad abortire, perché l’aborto crea altri problemi”, e allora racconto un po’ di cose che possono andare a verificare su internet per accertarsi che non dico balle. L’aborto lascia segni notevolissimi nell’85% delle donne. Qual è il problema? è che non viene condotto un colloquio di chiarificazione come si deve. Se le cose non vengono dette, ovviamente non vengono conosciute, e non vengono dette per una questione ideologica. La 194 ha sempre scatenato battaglie politicizzate ed ideologizzate: questo è un disastro perché quando si parla di questo’argomento si alzano muri che impediscono di cogliere la verità del problema. Io vedo che se si lavora bene, se si parla e si sta con loro in un certo modo, su dieci che arrivano al Centro nove poi non vanno ad abortire. Ciò vuol dire che il nostro è il modo corretto di affrontare un momento tanto difficile per la donna».

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