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I vescovi europei e i tre pilastri per la costruzione della pace

Vatican Insider - pubblicato il 14/06/16

Le condizioni per una pacificazione preventiva da attuarsi nella giustizia e nella sicurezza sono le proposte del documento Comece presentato oggi a Bruxelles 

I conflitti in corso in Siria, Iraq e Libia, la precaria situazione in Ucraina, l’incubo del terrorismo che ha già insanguinato Parigi e Bruxelles obbligano l’Unione Europea ad una seria riflessione e rendono sempre più necessaria una politica estera condivisa da tutti i paesi membri. E’ l’appello volto alla costruzione di una vera politica di pace targata Europa lanciato oggi a Bruxelles dai vescovi Comece, rappresentati dal vicepresidente della Commissione, Jean Kockerols vescovo ausiliario di Malines-Bruxelles, nell’ambito del tradizionale «Lunch debate» con la partecipazione anche del generale di brigata e membro dello Stato maggiore dell’Unione, Heinz Krieb. 

Le minacce alla pace e alla sicurezza sono diventate sempre più complesse e richiedono una risposta europea comune e ben coordinata. Alla luce di queste considerazioni i vescovi dichiarano di guardare con grande speranza alle proposte elaborate dall’Alto rappresentante per la politica estera europea, Federica Mogherini che verranno discusse nel corso del prossimo vertice del 28-29 giugno («Per una strategia globale di politica estera e sicurezza») con l’obiettivo di ridefinire strategie e adottare misure comuni e, soprattutto, condivise. 

Un appuntamento cui i vescovi pensano da tempo tanto. In occasione dell’ultima Assemblea plenaria d’inizio marzo (che faceva seguito all’incontro di febbraio ad Heilingenkreuz sulla situazione migranti) avevano condiviso un documento di riflessione da offrire ai politici. «L’Europa è già di per sé un progetto di pace e di riconciliazione» si leggeva nel comunicato finale ed è sui valori, più che sulle concrete strategie per gestire i flussi e garantire la sicurezza, che le chiese nazionali intendono puntare, per «vocazione» intrinseca. 

Una situazione quanto mai precaria di contrapposizioni: era stato questo il fulcro attorno al quale si era imperniato l’intervento del presidente Comece, cardinale Reinhard Marx. Sud contro Nord, Occidente contro Oriente, quanti si oppongono ai rifugiati e quanti si incamminano sulla strada della difesa nazionale a oltranza contro quanti cercano invece una soluzione europea, con il rischio che venga messa in discussione la libertà dell’area Schengen: «Che ne sarà ora dell’Europa? Come potremo guardare ancora ad un futuro insieme?» era l’interrogativo dell’arcivescovo di Monaco di Baviera che già allora aveva lo sguardo rivolto a quello che ora è l’imminente referendum del Regno Unito sulla Brexit. «La coesione degli europei è la grande sfida del nostro tempo» era la conclusione che diventa ora la premessa al documento. 

Solo un’Europa unita potrà farsi promotrice di pace, la sua autentica vocazione, nelle intenzioni dei Padri fondatori cui i vescovi hanno sempre inteso rinviare, con una marcata accentuazione in questi ultimi anni. 

«L’Unione Europea rappresenta in origine un progetto di pace e riconciliazione: il processo di integrazione ha trasformato poco alla volta la cultura politica ed economica del nostro continente e gli storici conflitti tra le nazioni si sono dissolti – scrive Marx nella presentazione ringraziando anche il vescovo di Lussemburgo, Jean-Claude Hollerich per la coordinazione del lavoro – ciononostante in particolare nel 2016 la pace appare più fragile e l’Europa si è dovuta confrontare con dei conflitti armati». Di qui la scelta di questo contributo, offerto a Mogherini e ai decisori politici, ma che ci si augura possa diventare anche oggetto di dibattito all’interno della società civile. 

A partire da una citazione dal Compendio di dottrina sociale al n. 494 («La pace non è semplicemente assenza di guerra e neppure uno stabile equilibrio tra forze avversarie, ma si fonda su una corretta concezione della persona umana e richiede l’edificazione di un ordine secondo giustizia e carità») il testo invita innanzitutto a “leggere i segni dei tempi” richiamando altresì i valori che stanno a fondamento del Progetto Europeo e che pongono le basi per la costruzione di una autentica «politica di pace» («L’Europa sarà all’all’altezza della sua vocazione solo se rafforzerà i legami tra la politica interna e quella estera»). 

Nell’arco di una quarantina di pagine i vescovi richiamano la storia europea sottolineando in particolare le recenti contraddizioni e la mancanza di condivisione che si fanno strada in alcune frange dell’opinione pubblica. Con frequenti citazioni di papa Francesco (discorso al Parlamento Europeo, in occasione del Premio Carlo Magno, la Laudato Si’) esplicitano le loro proposte per quella che tanti invocano come una nuova politica europea. 

Una politica che individuano fondata su valori condivisi e appoggiata su «tre pilastri» portanti: la costruzione di una pace preventiva, la pace attraverso la giustizia e la pace nella sicurezza. 

Abbandonare ogni tentazione dell’uso della forza, evitare la radicalizzazione dei conflitti, individuare misure condivise per la lotta al terrorismo senza dimenticare la necessaria integrazione di quanti arrivano e, spesso, restano ai margini della società europea, contribuire ad un rafforzamento, e ridefinizione delle Nazioni Unite, adoperarsi per una politica efficace di accoglienza di migranti e rifugiati, agire per costruire «società riconciliate» sono alcuni suggerimenti per una pace preventiva. 

Una pace che potrà consolidarsi solo nella giustizia (che significa dignità e rispetto della diversità di ciascuno, anche di religione) all’interno d’Europa (a partire dai sistemi fiscali) e nei confronti della comunità internazionale (nel rispetto dell’ambiente per offrire risorse e spazi di vita adeguati alle popolazioni della terra). E una pace nella sicurezza di tutte le persone perché ciascuno, in ogni parte del mondo, ha diritto a non dover veder la propria vita e quella della propria famiglia minacciate (di qui un maggior controllo sul commercio delle armi). 

Il testo si conclude con 21 «raccomandazioni» concrete che non dimenticano di ricordare il ruolo fondamentale delle chiese e delle religioni nella costruzione del processo di pace. 

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