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Il Papa: le armi circolano liberamente, non gli aiuti allo sviluppo

© Antoine Mekary / Aleteia
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La prima volta di un pontefice alla sede del Programma mondiale per l’Alimentazione: anche la fame usata come un’arma.

«Mentre gli aiuti e i piani di sviluppo sono ostacolati da intricate e incomprensibili decisioni politiche, da forvianti visioni ideologiche o da insormontabili barriere doganali, le armi no: non importa la loro provenienza, esse circolano con una spavalda e quasi assoluta libertà in tante parti del mondo». È la denuncia di papa Francesco che, prima volta di un pontefice, ha visitato oggi la sede del Programma alimentare mondiale (World Food Program) a Roma. Non bisogna «burocratizzare» il dolore, ha detto Francesco, sottolineando che, per le guerre, le migrazioni e le situazioni di fame nel mondo, bisogna ricordare i «volti» e le «storie» delle vittime.

«Nel mondo interconnesso e iper-comunicativo in cui viviamo, le distanze geografiche sembrano abbreviarsi», ha detto il Papa. «Abbiamo la possibilità di prendere contatto quasi simultaneo con quanto sta accadendo dall’altra parte del pianeta», ma «l’eccesso di informazione di cui disponiamo genera gradualmente la “naturalizzazione” della miseria. Vale a dire, a poco a poco, diventiamo immuni alle tragedie degli altri e le consideriamo come qualcosa di “naturale”. Sono così tante le immagini che ci raggiungono che noi vediamo il dolore, ma non lo tocchiamo, sentiamo il pianto, ma non lo consoliamo, vediamo la sete ma non la saziamo. In questo modo, molte vite diventano parte di una notizia che in poco tempo sarà sostituita da un’altra. E, mentre cambiano le notizie, il dolore, la fame e la sete non cambiano, rimangono».

«Non basta – ha detto il Papa – elaborare lunghe riflessioni o sprofondarci in interminabili discussioni su di esse, ripetendo continuamente argomenti già conosciuti da tutti. È necessario, scusate il neologismo, “de-naturalizzare” la miseria e smettere di considerarla come un dato della realtà tra i tanti. Perché? Perché la miseria ha un volto. Ha il volto di un bambino, ha il volto di una famiglia, ha il volto di giovani e anziani. Ha il volto della mancanza di opportunità e di lavoro di tante persone, ha il volto delle migrazioni forzate, delle case abbandonate o distrutte. Non possiamo “naturalizzare” la fame di tante persone, non ci è lecito dire che la loro situazione è frutto di un destino cieco di fronte al quale non possiamo fare nulla. Quando la miseria cessa di avere un volto, possiamo cadere nella tentazione di iniziare a parlare e a discutere su “la fame”, “l’alimentazione”, “la violenza”, lasciando da parte il soggetto concreto, reale, che oggi ancora bussa alle nostre porte. Quando mancano i volti e le storie, le vite cominciano a diventare cifre e così un po’ alla volta corriamo il rischio di burocratizzare il dolore degli altri. Le burocrazie si occupano di pratiche, la compassione, invece, si mette in gioco per le persone».

Entrato nel vivo della questione della fame, Francesco ha affermato: «Sia chiaro: la mancanza di alimenti non è qualcosa di naturale, non è un dato né ovvio né evidente. Che oggi, in pieno secolo ventunesimo, molte persone patiscano questo flagello, è dovuto ad una egoista e cattiva distribuzione delle risorse, a una “mercantilizzazione” degli alimenti». Ci farà bene ricordare, ha proseguito il Papa, «che il cibo che si spreca è come se lo si rubasse dalla mensa del povero, di colui che ha fame».

Per risolvere questa dinamica, bisogna prima dire con sincerità «ci sono questioni che sono burocratizzate, ci sono azioni che sono come “imbottigliate”».

Negli ultimi tempi, ha detto il Papa, «sono le guerre e le minacce di conflitti ciò che predomina nei nostri interessi e dibattiti. E così, di fronte alla diversa gamma di conflitti esistenti, sembra che le armi abbiano acquistato una preponderanza inusitata, in modo tale da accantonare totalmente altre maniere di risolvere le questioni oggetto di contrasto. Questa preferenza è ormai così radicata e accettata che impedisce la distribuzione degli alimenti nelle zone di guerra, arrivando anche alla violazione dei principi e delle direttive più basilari del diritto internazionale, la cui vigenza risale a molti secoli fa. Ci troviamo così – ha sottolineato Francesco – davanti a uno strano e paradossale fenomeno: mentre gli aiuti e i piani di sviluppo sono ostacolati da intricate e incomprensibili decisioni politiche, da forvianti visioni ideologiche o da insormontabili barriere doganali, le armi no. Non importa la loro provenienza, esse circolano con una spavalda e quasi assoluta libertà in tante parti del mondo. E in questo modo, a nutrirsi sono le guerre e non le persone. In alcuni casi, la fame stessa viene usata come arma di guerra. E le vittime si moltiplicano, perché il numero delle persone che muoiono di fame e sfinimento si aggiunge a quello dei combattenti che muoiono sul campo di battaglia e a quello dei molti civili caduti negli scontri e negli attentati. Siamo pienamente coscienti di questo, però lasciamo che la nostra coscienza si anestetizzi, e così la rendiamo insensibile». Urge, quindi, «de-burocratizzare tutto quanto impedisce che i piani di aiuti umanitari realizzino i loro obiettivi. In questo voi avete un ruolo fondamentale, perché abbiamo bisogno di veri eroi capaci di aprire strade, gettare ponti, snellire procedure che pongano l’accento sul volto di chi soffre. A tale meta devono essere ugualmente orientate le iniziative della comunità internazionale».

Il Papa, che aveva già visitato la Fao ed è il primo pontefice a visitare l’Agenzia per l’Alimentazione delle Nazioni Unite con quartier generale a Roma, ha concluso citando il Vangelo: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere»: «In queste parole si trova una delle massime del cristianesimo. Una espressione che, aldilà delle confessioni religiose e delle convinzioni, potrebbe essere offerta come regola d’oro per i nostri popoli». L’umanità, come un popolo, «gioca il proprio futuro nella capacità di farsi carico della fame e della sete dei suoi fratelli». Permettetevi «il lusso di sognare», ha detto il Papa, «abbiamo bisogno di sognatori che portano avanti questo progetto».

Giunto alle 9, Francesco, accolto dalla direttrice esecutiva Ertharin Cousin e dalla presidente dell’assemblea Stephanie Hochstetter Skinner-Klée, ha concluso la visita, poco dopo le 10,30, rivolgendo un discorso a braccio a funzionari e dipendenti del Pam, e ringraziandoli in particolare per il loro lavoro nascosto e dietro le quinte che, come le fondamenta di un palazzo, permette di portare avanti il lavoro prezioso della lotta alla fame nel mondo. Il Papa ha poi ricordato il «muro della memoria» all’ingresso, davanti al quale si era fermato entrando, testimone del sacrificio che hanno compiuto i membri dell’organismo impegnati in giro per il mondo, definendoli «martiri». La loro memoria, aveva detto all’assemblea, «dobbiamo conservare per continuare a lottare, con lo stesso vigore, per il tanto desiderato obiettivo della “fame zero”». Francesco si è accomiatando con la sua consueta richiesta: «Grazie tante e vi chiedo di pregare per me perché anche io possa fare qualcosa contro la fame». L’assemblea del Pam comincia in questi giorni il lavoro verso i fondamentali «Obiettivi di Sviluppo Sostenibile». Ogni anno, il Wfp assiste una media di 80 milioni di persone in circa 80 paesi.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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