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Il Papa parla contro la discriminazione e una bimba down lo raggiunge sul palco

Giacomo Galeazzi - Vatican Insider - pubblicato il 13/06/16

Alla messa per il Giubileo dei disabili e dei malati, Francesco mette in guardia dalla tentazione di rinchiudere gli “imperfetti” in “riserve di pietismo” o di considerarli “un costo insostenibile”

Il mondo non è migliore se fatto solo da persone perfette”, avverte Francesco. Oggi “c’è chi vuole sbarazzarsi dei malati come un peso economico insostenibile in tempo di crisi: non c’è un farmaco efficace per tutto, la risposta è sempre l’amore”, sostiene il Papa che mette in guardia dal “pietismo che rinchiude i malati nei recinti”.

Nell’omelia della messa officiata a San Pietro per il Giubileo dei disabili e dei malati, il Pontefice assicura che “la malattia trova in Cristo il suo senso ultimo”. Per la cultura del piacere “il malato non può essere felice”, ma contro la “patologia della tristezza” la soluzione è “amare nonostante tutto”. Francesco descrive un’epoca “in cui una certa cura del corpo è divenuta mito di massa e dunque affare economico, ciò che è imperfetto deve essere oscurato, perché attenta alla felicità e alla serenità dei privilegiati e mette in crisi il modello dominante”. Insomma “meglio tenere queste persone separate, in qualche recinto magari dorato o nelle riserve del pietismo e dell’assistenzialismo, perché non intralcino il ritmo del falso benessere”. In alcuni casi, addirittura, si sostiene che è meglio “sbarazzarsi” dei disabili “quanto prima, perché diventano un peso economico insostenibile in un tempo di crisi”.

Ma, in realtà, denuncia Jorge Mario Bergoglio, “quale illusione vive l’uomo di oggi quando chiude gli occhi davanti alla malattia e alla disabilità: non comprende il vero senso della vita, che comporta anche l’accettazione della sofferenza e del limite”. Infatti, “il mondo non diventa migliore perché composto soltanto da persone apparentemente “perfette”, per non dire truccate, ma quando crescono la solidarietà tra gli esseri umani, l’accettazione reciproca e il rispetto”. Poi scandisce: “Il modo in cui viviamo la malattia e la disabilità è indice dell’amore che siamo disposti a offrire: il modo in cui affrontiamo la sofferenza e il limite è criterio della nostra libertà di dare senso alle esperienze della vita, anche quando ci appaiono assurde e non meritate”.

Da qui l’appello di Francesco. “Non lasciamoci turbare dalle tribolazioni, sappiamo che nella debolezza possiamo diventare forti, e ricevere la grazia di completare ciò che manca in noi delle sofferenze di Cristo, a favore della Chiesa suo corpo”. Un corpo che, “ad immagine di quello del Signore risorto, conserva le piaghe, segno della dura lotta, ma sono piaghe trasfigurate per sempre dall’amore”. La natura umana, “ferita dal peccato, porta inscritta in sé la realtà del limite: conosciamo l’obiezione che, soprattutto in questi tempi, viene mossa davanti a un’esistenza segnata da forti limitazioni fisiche”. Dunque “si ritiene che una persona malata o disabile non possa essere felice, perché incapace di realizzare lo stile di vita imposto dalla cultura del piacere e del divertimento”. E “non esiste solo la sofferenza fisica; oggi, una delle patologie più frequenti è anche quella che tocca lo spirito”. Il Papa evoca lo spettro della depressione. Una sofferenza che “coinvolge l’animo e lo rende triste perché privo di amore”. Quando “si fa esperienza della delusione o del tradimento nelle relazioni importanti, allora ci si scopre vulnerabili, deboli e senza difese”. Quindi “la tentazione di rinchiudersi in sé stessi si fa molto forte, e si rischia di perdere l’occasione della vita: amare nonostante tutto”.

Il Papa mette in guardia dal rischio di un atteggiamento che concepisce il limite come qualcosa di sempre superabile: “Nel nostro animo può subentrare anche un atteggiamento cinico, come se tutto si potesse risolvere subendo o contando solo sulle proprie forze”. In realtà “tutti prima o poi siamo chiamati a confrontarci, talvolta a scontrarci, con le fragilità e le malattie nostre e altrui”. E “quanti volti diversi assumono queste esperienze così tipicamente e drammaticamente umane! In ogni caso, esse pongono in maniera più acuta e pressante l’interrogativo sul senso dell’esistenza”.

Le letture della messa sono state proclamate da persone con diverse disabilità e tradotte nella Lingua dei Segni Internazionale. Una ragazza cieca ha letto da un lezionario in braille e il rito è stato seguito in diretta mondiale in streaming con la lingua dei segni. Anche in piazza i maxi schermi hanno trasmesso le traduzioni in L.I.S. mentre le preghiere dei fedeli, in varie lingue, sono eseguite da persone ammalate e con disabilità di diversa nazionalità.

Inoltre, per la prima volta in Piazza san Pietro, la lettura del vangelo è stata anche drammatizzata da un gruppo di persone disabili intellettive (con i costumi della Palestina di 2000 anni fa) per permettere che il testo fosse compreso soprattutto dai pellegrini con disabilità mentale/intellettiva.

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