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7 versi di canzoni da usare nella catechesi

Josh Willink/Pexels

don Fabrizio Centofanti - pubblicato il 11/06/16

I cantautori non sanno, a volte, di offrire alle nostre catechesi delle vere e proprie perle. Alcuni versi restano impressi nella mente, si depositano nel cuore e continuano a cantare, anche se la radio è ormai spenta da tempo. Qui di seguito propongo degli esempi, ma ognuno potrebbe dare un suo personale e prezioso contributo.

1) “Il vero amore può nascondersi, confondersi, ma non può perdersi mai”

(Francesco De Gregori, “Sempre e per sempre”)

È uno dei principi spirituali più importanti: “passa la scena di questo mondo” scrive San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi; dobbiamo lasciare ogni cosa, lamenta Qoelet. Solo l’amore resta, alla fine del viaggio: è l’unico bagaglio che è possibile portare in Paradiso.

2) “Io sì che avrò cura di te”

(Franco Battiato, “La cura”)

Il Tetragramma, il Nome che Dio rivela a Mosè, è un termine difficile da tradurre in altra lingua. In genere è reso in uno dei seguenti modi: “Io sono Colui che sono”; “Io sono Colui che è”. Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, lo interpreta così: “Io sono Colui che c’è”. Che c’è per te, per noi. Lui sì che ci pensa, ci protegge: mai e poi mai potrebbe abbandonarci. “Io sì, che avrò cura di te”.

3) “È stato meglio lasciarci, che non esserci mai incontrati”

(Fabrizio De André, “Giugno ’73”)

Incontrare Dio non lascia indifferenti, ti cambia la vita. Puoi tradirlo, rinnegarlo, ma se ne hai fatto davvero l’esperienza, ne avrai un’intensa nostalgia. Prima o poi t’imbatterai in un gesto, una parola, un’immagine, che renderanno presente il sapore di Qualcuno che non puoi dimenticare. E diventa possibile riprendere la strada. Allora, davvero, “è stato meglio lasciarci, che non esserci mai incontrati”.

4) “La costruzione di un amore spezza le vene delle mani”

(Ivano Fossati, “La costruzione di un amore”)

Nella vita ci sono cose facili, o non troppo difficili. Puoi tirare a campare, puntare al massimo risultato con il minimo sforzo. Ma l’amore non ammette sconti, ci devi essere con tutto te stesso, non puoi più barare. Qualunque altra cosa ti permette di comprometterti fino a un certo punto, di non sputare sangue. L’amore no: sempre e comunque, “spezza le vene delle mani”.

5) “Chi vince è perduto”

(Francesco De Gregori, “Cardiologia”)

La società occidentale, capitalistica e concorrenziale, ci insegna che il successo è tutto. I modelli da seguire sono i divi, i personaggi che occupano le prime pagine delle copertine patinate, chi è riuscito a far soldi, magari a scapito degli altri. Per Gesù è il contrario: il successo è di chi impara a donarsi, a rinunciare alle profferte seducenti del serpente antico. Chi soggiace ad esse, chi vende l’anima al diavolo per riscuotere il suo ignobile salario, è destinato a fallire. “Chi vince, è perduto”.

6) “E ho capito che Dio mi aveva dato/ il potere di far tornare indietro il mondo”

(Lucio Dalla, “Ayrton”)

Nella bellissima canzone dedicata a Senna, il cantautore bolognese denuncia il malaffare del grande circo della Formula Uno, il dominio del dio denaro, che tutto inghiotte nel vortice spietato e spaventoso del suo buco nero. La morte del pilota ha il potere di fermare per un attimo il circolo vizioso, il circuito perverso che muta in veleno ogni impulso vitale. Per un istante, il sacrificio di Ayrton inverte la rotta suicida dello spettacolo mondano: gli viene consegnato nelle mani, all’ultimo momento, “il potere di far tornare indietro il mondo”.

7) “Non c’è arancio che sia veramente in fiore”

(Ivano Fossati, “Sigonella”)

In uno dei suoi brani più riusciti, il cantautore mette in primo piano l’avverbio decisivo: nel bel mezzo dello scenario di cartapesta della nostra società, in cui prevale la finzione, l’ipocrisia, la menzogna più sfacciata, l’unica cosa che conta è ciò che è “veramente”. Tutto il resto finirà nel nulla.

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catechesimusica

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