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Il cuore (e le mani) di san Francesco tra i profughi

Vatican Insider - pubblicato il 10/06/16

Un Progetto che trasforma la disperazione in futuro: è questo l’intento con cui la Caritas Antoniana, che quest’anno festeggia i 40 anni di attività, intende sostenere in Libano la costruzione di un Centro Caritas rivolto principalmente a profughi provenienti dalla Siria (zone di Aleppo, Homs, Raqqa). L’Operazione, che già si preannuncia particolarmente importante sia come impegno di risorse che per il suo significato simbolico, verrà lanciata ufficialmente il 13 giugno, in occasione della festa solenne di sant’Antonio.

L’idea è nata per via della presenza in Libano dei frati francescani conventuali in un piccolo convento (4 religiosi con la chiesa ancora in costruzione) fondato nel 2010 a Zahle, una cittadina a 60 km da Beirut, nella valle della Bekaa, una delle zone più fertili del Paese. Oltre le montagne che incorniciano la valle, si estende la Siria con l’incubo del Daesh. 

«Sento che la Bekaa è una di quelle periferie che, come dice papa Francesco, decideranno le sorti del mondo, il fragile equilibrio tra civiltà e barbarie» scrive fra Giancarlo Zamengo, direttore generale del Messaggero, in un reportage sul suo viaggio che viene pubblicato sul numero di giugno de «Il Messaggero di Sant’Antonio». 

L’intenzione – spiegano i frati – è quella di «abitare questi mondi alla maniera di san Francesco e sant’Antonio, con lo sguardo degli ultimi, abitando in mezzo a loro» così a Zahle prenderà vita un Centro Caritas dedicato al Santo. Sarà un Centro diverso: innanzitutto per i suoi ospiti (profughi e rifugiati siriani, iracheni, cristiani perseguitati accanto a poveri del luogo) che costituiscono un universo multiculturale e multireligioso, ma è essenzialmente per tutta quella che i frati chiamano la «ragnatela di bene» che sta la differenza. Attorno al convento (inizialmente sorto come casa di formazione, ma ben presto convertito all’accoglienza) ruota infatti tutta una serie di persone, perlopiù francescani secolari, ma non solo, che si avvicendano in cucina, che organizzano raccolte di viveri o indumenti e sono a disposizione per ogni necessità. A fare da regista è fra Cesar, un libanese di 45 anni che spiega con serenità: «Anche noi siamo il sunto di tanti mondi, ma il nostro essere francescani ci aiuta a trasformare il dolore e la diversità in un’occasione per condividere». 

Una presenza significativa che costituisce un avamposto cristiano in un Paese al confine con la Siria (che a tutt’oggi conta 4 milioni di abitanti e 2 milioni di profughi) e che rappresenta un modello di accoglienza per le sempre più numerose famiglie in fuga. Attualmente i frati prestano aiuto presso il campo profughi di El Fayda dove sono ospitate circa 500 persone, in prevalenza adolescenti e bambini. I francescani riforniscono le tende di acqua potabile, distribuiscono pacchi di viveri e medicinali, ma anche alcuni giocattoli (come le marionette per un teatrino di recupero): una presenza viva che fornisce anche un po’ di scuola, animazione per il gioco, disponibilità all’ascolto, aiuto di psicologi volontari per elaborare lutti e violenze. «Il rischio è quello di perdere la speranza e che l’unica via sia la fuga verso l’Europa. A qualunque costo, anche a quello di perdere la vita insieme ai propri figli», spiega fra Cesar. 

Per questo acquista sempre più forza il Progetto della Caritas Antoniana: per ora due locali di 60 metri quadrati, abbastanza alti da prevedere un secondo piano, dismessi da un’attività artigianale daranno vita a una cucina, un laboratorio di lavanderia e sartoria per adattare gli indumenti recuperati. Ma già si parla di borse di studio e attività ricreative per ragazzi e, in un futuro che si auspica assai prossimo, la costruzione di una scuola professionale. 

Un Progetto ambizioso che rappresenta solo l’ultimo di una lunga serie di attività promosse in questi anni dall’ onlus dei frati di Padova: Malawi, Chad, Ecuador sono alcuni esempi di altre iniziative in cantiere quest’anno, ma il bilancio 2015 registra la realizzazione di 121 progetti in 36 Paesi (per la stragrande maggioranza in Africa) per un totale di oltre due milioni di aiuti. 

In 40 anni, da quel primo progetto a seguito del terremoto in Friuli nel 1976, la solidarietà da Padova è giunta ormai alle estreme periferie del mondo. Una lunga storia raccontata sul Messaggero in uscita, ma soprattutto una storia che non intende fermarsi. 

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