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Vi faccio ridere perché Dio ci vuole felici

Credere - pubblicato il 05/06/16

Il comico lanciato da Zelig racconta la sua fede: «È come la differenza tra una giornata grigia e una di sole: una prospettiva che illumina la vita»

di Francesca D’Angelo

Paolo Cevoli non ha dubbi: se il Signore l’ha voluto così, basso e un po’ bruttino, ma con la battuta fulminante, è perché il suo talento è sempre stato quello di «essere un patacca». Niente di più, niente di meno. Così, questo romagnolo doc ha preso sul serio la propria vocazione e nel 2000 ha lasciato la sua carriera da ristoratore per investire nella comicità. A Zelig è diventato famoso come lo sgangherato (ed esilarante) assessore Palmiro di Roccofritto. Poi è seguita una lunga carriera teatrale dove, tra excursus storici e gag memorabili, è riuscito a parlare di amore, di vita e persino di fede. Il tutto senza mai scadere in cinici sermoni ma sfruttando quella leggerezza, capace di toccare il cuore, tipica della comicità più genuina.

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E dire che lei ha una laurea in Giurisprudenza e un passato come manager nel campo della ristorazione… Quanto il Signore l’ha spiazzata, chiamandola a fare il comico?

«Sono sempre partito dal presupposto che Dio è ironico: ama sorprenderti, anche in modi bizzarri. Per rendersene conto, basta saper leggere la presenza del Signore nella storia, non solo personale ma anche dell’umanità. Quanto a me, la mia è stata indubbiamente una “vocazione adulta”, anche se la mia esperienza lavorativa è sempre stata costellata da alcune chiamate: c’è sempre stato qualcuno che, a un certo punto, mi chiedeva: “Perché non provi a fare questo?”. Il primo è stato il mio babbo: sono figlio di albergatori e ho iniziato come cameriere. Poi, dato che mi piaceva scrivere, mi sono iscritto a Giurisprudenza. Dopo la laurea una famiglia proprietaria di una grande catena di hotel di Rimini mi ha proposto un lavoro da manager. Poi negli anni Novanta mi hanno notato sia Maurizio Costanzo sia Gino e Michele, chiedendomi di collaborare con loro».

Dalla ristorazione alla comicità: cosa hanno in comune questi due mondi?

«Moltissimo, perché la logica di entrambi è “servire l’altro”. In fondo il più grande cameriere della storia dell’umanità è stato Gesù Cristo: ai suoi faceva persino il pediluvio! Quando parlo del mio lavoro cito sempre il mio babbo: da albergatore, amava ripetermi che “quando sono contenti i clienti, siamo contenti anche noi”. Lo scopo è rendere felici gli altri e questo vale per tutti i lavori, a maggior ragione per quello del comico».

Esiste dunque un legame tra l’amore e la risata?

«La risata è sempre un fatto affettivo. I fidanzati, per esempio, amano scherzare tra loro proprio perché si vogliono bene. Esiste addirittura un proverbio tedesco che recita: “Chi si ama, si prende in giro”. Per amare gli altri devi però prima voler bene a te stesso e questo è possibile solo se ti senti amato da un Altro. Il grande Chesterton, in uno dei suoi libri, sosteneva che gli angeli volano perché si prendono alla leggera. È questo che li svincolerebbe dalla gravità».

Eppure molti suoi colleghi, più che amare e servire il prossimo, si lanciano in critiche sociali e sermoni politici…

«Lo so. Personalmente ho preferito fare una scelta artistica diversa. Non vado nei talk a parlare di Family day, non mi sento di avere compiti di testimonianza, e in fondo non mi interessa nemmeno, perché non è il mio: io devo fare ridere.

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fede
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