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“Le nostre banche hanno tradito la loro vocazione”

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«Queste banche hanno tradito la loro vocazione e si sono ammantate di una deformante dimensione internazionale». È chiaro il giudizio del patriarca di Venezia Francesco Moraglia di fronte al caso di Veneto Banca, l’istituto nel quale avevano investito consistenti fondi molte realtà legate alla Chiesa.  

Che cosa pensa del crac di Veneto Banca, una tragedia per tanti piccoli investitori?  

«Penso con tristezza a quanti sono stati gravemente danneggiati, spesso dopo una vita di lavoro, sacrifici, rinunce e, appunto, di risparmi che avevano consegnato agli istituti bancari non con intendimenti speculativi ma a fini di investimento e per continuare, se possibile, a garantirsi reddito, lavoro, benessere e sicurezza di vita per la propria famiglia, i propri figli, oppure per la propria impresa. Così quella che, per loro, era una certezza e che potevano, a buon diritto, definire la “mia banca”, poiché davvero espressione di un clima popolare, in un contesto di società condivisa, è improvvisamente e drammaticamente venuto meno. Più in generale, osservo che questo è un altro vulnus che ferisce la nostra società. E mina un rapporto importante di fiducia che lega al mondo del credito». 

Com’è potuto succedere che una banca abbia tradito così territorio e clienti?  

«Queste banche, con modi e responsabilità differenti, e da verificare nelle specifiche attribuzioni personali e sociali, hanno in un certo senso tradito la loro vocazione per inserirsi e, alla fine cadere, in una logica diversa e, direi, opposta rispetto all’origine. Storicamente gli istituti oggi interessati sono sempre stati banche del territorio, banche locali che non erano solo lo sportello più vicino per compiere determinate operazioni, ma veri e propri luoghi di aggregazione sociale come lo sono il Comune, l’associazione locale o altri centri dove ci si incontra, si scambiano parole e idee, si discute di ciò che avviene».  

Che cosa è cambiato?  

«Ad un certo punto – è quanto intuisco – dall’essere a servizio del territorio e della persona sono passate ad un’altra logica, ammantata da una deformante dimensione “internazionale” e “globalizzata”. Non più un lavorare per qualcuno o per il territorio ma, principalmente, per se stesse. E così è andato dissolto non solo un grande valore economico ma anche un rapporto e un fattore unico di fiducia, credibilità e sicurezza. Sarebbe bene, in Veneto e non solo, riprendere gli insegnamenti di Giuseppe Toniolo, ora beato, sull’elemento etico quale fattore intrinseco dell’economia e in questo caso del credito». 

L’elenco di enti legati a diocesi, parrocchie, istituti religiosi che hanno investito in Veneto Banca è lungo. Occorre più cautela?  

«Come Patriarcato di Venezia non ne siamo stati direttamente coinvolti. C’è solo una quota di investimenti contenuti in un’eredità recentemente acquisita e perciò già preesistenti. Certamente la cautela e la prudenza sono più che mai necessarie. Ma soprattutto bisogna chiamare in causa la coscienza di tutti, in particolare di chi opera in questi settori, e distinguere bene intensità di colpe e responsabilità». 

Che cosa intende dire?  

«C’è chi opera con intenti chiaramente speculativi, possiede le informazioni e competenze necessarie, ha magari anche grandi risorse e sa, quindi, i rischi che corre imboccando certe strade e tali soggetti possono anche sopperire a perdite – che, comunque, mettono già in conto – ma ci sono anche piccoli risparmiatori o imprenditori, persone e famiglie che si sono affidate con fiducia a chi rappresentava, per loro, un punto di riferimento. Bisogna riflettere e agire sempre con consapevolezza e coscienza. Trovarsi da una parte o dall’altra dello sportello, in posti intermedi o anche di vertice, richiede comunque senso di responsabilità e trasparenza. È, forse, questo il messaggio che le odierne dolorose vicende ci trasmettono insieme all’auspicio che si possa presto ricostituire quel rapporto di fiducia e vicinanza che costituiva un valore e una peculiarità del sistema del Nordest e che si spera non sia stato perduto del tutto».  

Quale rapporto deve avere la Chiesa con il denaro?  

«Innanzitutto il denaro è e deve rimanere un “mezzo”. Non può mai prendere il sopravvento e trasbordare nel campo del “fine” con le conseguenze aberranti che tutti conosciamo. Finché è “mezzo”, allora, rimane uno degli strumenti che la Chiesa deve saper utilizzare con sobrietà e grande prudenza per perseguire i suoi scopi pastorali e caritativi, per realizzare qualcosa di socialmente rilevante e, comunque, sempre sulla linea della coerenza evangelica. Una cosa è sicura: oggi la Chiesa deve riflettere a fondo e in modo limpido sulle attività pastorali più consone e necessarie, soprattutto in questo determinato momento storico, valutando e selezionando quali sono le sue funzioni, attività e strutture connaturali con il suo “fine” e, quindi, da mantenere e sostenere. E, di conseguenza, ciò che può o deve essere lasciato».  

Le vostre Chiese aiuteranno chi si ritrova sul lastrico?  

«Le Chiese del Triveneto non sono insensibili alle diverse forme di sofferenza o disagio e, come sta già avvenendo, non lo sono neppure di fronte a questa vicenda che si aggiunge all’emergenza dei profughi e dei migranti e, naturalmente, a situazioni di povertà locali già preesistenti e da non sottovalutare. Non abbiamo – com’è ovvio – le forze per intervenire in modo strutturale e tecnico di fronte ai problemi bancari e creditizi o per risolvere il “crac” che si è generato ma, certamente, posso affermare che non faremo mancare la nostra vicinanza a chi è stato provato dall’attuale situazione. I singoli vescovi e le singole Chiese, nei limiti delle loro possibilità e nel quadro dell’assistenza già offerta in situazioni di grave disagio economico, si muoveranno senz’altro e, in certi casi, si stanno già adoperando per sostenere concretamente alcune famiglie e persone colpite da tali dissesti». 

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