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Papa Francesco: a volte do qualche bastonata ma so che ci sono tanti bravi preti

Pope Francis General Audience May 25, 2016

© Antoine Mekary / ALETEIA

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Vatican Insider - pubblicato il 02/06/16

«Ho sentito alcune volte commenti dei sacerdoti che dicono “ma questo Papa ci bastona troppo, ci rimprovera”…». Papa Francesco ha concluso a braccio l’ultima di tre meditazioni che ha pronunciato oggi per il Giubileo dei sacerdoti in tre basiliche papali assicurando si essere consapevole che «ci sono tanti preti bravi» e leggendo ad alta voce a sorpresa una lettera ricevuta da un parroco di montagna. Nella sua meditazione, il Papa ha messo in guardia dall’attaccamento al denaro, peccato che il popolo di Dio non perdona, e dando consigli sulla confessione, dall’attenzione al linguaggio dei gesti alla opportuna assenza di curiosità nei confronti della vita intima dei fedeli, che non è un «film».

«Ho sentito alcune volte commenti dei sacerdoti che dicono “ma questo Papa ci bastona troppo, ci rimprovero…», ha detto il Papa a conclusione della terza meditazione, pronunciata nel pomeriggio a San Paolo fuori le mura dopo quella mattutina a San Giovanni in Laterano e quella di mezzogiorno a Santa Maria Maggiore. «Eh – ha proseguito– qualche bastonata, qualche rimprovero c’è, ma devo dire che sono rimasto edificato da tanti sacerdoti, tanti preti bravi, che ad esempio quando non c’era la segreteria telefonica dormivano con il telefono sul comodino: nessuno moriva senza sacramenti, i fedeli chiamavano e a qualsiasi ora loro andavano. Ringrazio il Signore per questa grazia: tutti siamo peccatori, ma possiamo dire che ci sono tanti bravi e santi sacerdoti che lavorano in silenzio e nascosti: alle volte c’è uno scandalo, ma sappiamo che fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce». Il Papa ha poi letto quasi interamente la lettera che gli ha inviato un parroco italiano di tre comunità montane, senza rivelarne l’identità, che lo ringraziava per gli stimoli del suo insegnamento, nonché qualche «tiratina d’orecchie», e gli confidava la difficoltà a non essere risucchiati dal «vortice» delle incombenze burocratiche, rischiando di non essere vicini ai fedeli. «Se a volte come pastore non ho l’odore delle pecore», ha scritto il sacerdote, «mi commuovo del mio gregge che non ha perso l’odore del pastore: le pecore non ci lasciano sole, hanno il termometro del nostro essere lì per loro e se il pastore esce dal sentiero e si smarrisce, loro lo afferrano e lo tengono per mano. Il signore sempre ci salva attraverso il suo gregge». Questo sacerdote, ha chiosato il Papa, «è un fratello nostro: ce ne sono tanti così», ha concluso, invitando i sacerdoti a non perdere la preghiera, lo zelo pastorale, la vicinanza al loro popolo, «e non perdere il senso dell’umorismo».

Nella terza e ultima meditazione incentrata sulle opere di misericordia, il Papa è partito dal «buon odore di Cristo» per esortare i sacerdoti a sentire «l’odore forte della miseria, in ospedali da campo, in treni e barconi pieni di gente, quell’odore che l’olio della misericordia non copre, ma che ungendolo fa sì che si risvegli una speranza».


Nella Chiesa, ha detto Francesco, «abbiamo avuto e abbiamo molte cose non tanto buone, e molti peccati, ma in questo di servire i poveri con opere di misericordia, come Chiesa abbiamo sempre seguito lo Spirito, e i nostri santi lo hanno fatto in modo molto creativo ed efficace». Il «nostro popolo», ha proseguito, «perdona molti difetti ai preti, salvo quello di essere attaccati al denaro. E non è tanto per la ricchezza in sé, ma perché il denaro ci fa perdere la ricchezza della misericordia. Il nostro popolo riconosce “a fiuto” quali peccati sono gravi per il pastore, quali uccidono il suo ministero perché lo fanno diventare un funzionario, o peggio un mercenario, e quali invece sono, non direi peccati secondari, non so se teologicamente si può dire questo, ma peccati che si possono sopportare, caricare come una croce, finché il Signore alla fine li purificherà, come farà con la zizzania. Invece ciò che attenta contro la misericordia è una contraddizione principale».

Francesco ha poi approfondito il tema della confessione, a partire dal passo evangelico di Gesù con la prostituta: «A volte – ha detto – mi dà un misto di pena e di indignazione quando qualcuno si premura di spiegare l’ultima raccomandazione, il “non peccare più”. E utilizza questa frase per “difendere” Gesù e che non rimanga il fatto che si è scavalcata la legge». La misericordia, invece, con «delicatezza», «guarda con pietà il passato e incoraggia per il futuro». Quella donna, ha sottolineato Francesco, era «qualcuno a cui la gente si avvicinava o per stare con lei o per lapidarla: c’era un altro tipo di vicinanza con questa donna… Perciò il Signore non solo le sgombra la strada ma la pone in cammino, perché smetta di essere “oggetto” dello sguardo altrui, perché sia protagonista. Il “non peccare” non si riferisce solo all’aspetto morale, io credo, ma a un tipo di peccato che non la lascia fare la sua vita». Più in generale, «l’oggetto a cui si dirige la misericordia è ben preciso: si rivolge a ciò che fa sì che un uomo e una donna non camminino nel loro posto, con i loro cari, con il proprio ritmo, verso la meta a cui Dio li invita ad andare».

Il confessore, di conseguenza, deve essere «segno e strumento di un incontro»: «Siamo strumento se veramente la gente si incontra con il Dio misericordioso. A noi spetta “far sì che si incontrino”, che si trovino faccia a faccia. Quello che poi faranno è cosa loro». Infatti, «nessuno si ferma al segno una volta che ha compreso la cosa; nessuno si ferma a guardare il cacciavite o il martello, ma guarda il quadro che è stato ben fissato. Siamo servi inutili». E pertanto, ha proseguito il Papa citando sant’Ignazio di Loyola, il sacerdote non deve essere di «impedimento» e deve essere «disponibile»: «Nella mia terra c’era un grande confessore, il padre Cullen, che si sedeva nel confessionale e faceva due cose: una era aggiustare palloni di cuoi per i ragazzi che giocavano a calcio, l’altra era leggere un grande dizionario di cinese: era stato tanto tempo lì e voleva conservare la lingua. Diceva che quando la gente lo vedeva in attività così inutili, come aggiustare vecchi palloni, e così a lungo termine, come leggere un dizionario di cinese, pensava: “Posso avvicinarmi a parlare un po’ con questo prete perché si vede che non ha niente da fare”. Era disponibile per l’essenziale. Evitava l’impedimento di avere sempre l’aspetto di uno molto occupato». Da questo punto, di vista, ha sottolineato Francesco, è importante anche il «linguaggio dei gesti»: «Se uno si avvicina al confessionale è perché è pentito, c’è già pentimento. E se si avvicina è perché ha il desiderio di cambiare. O almeno desidera il desiderio, se la situazione gli sembra impossibile».


La misericordia, «ci libera dall’essere un prete giudice-funzionario, diciamo, che a forza di giudicare “casi” perde la sensibilità per le persone, per i volti». Bisogna invece «imparare dai buoni confessori, quelli che hanno delicatezza con i peccatori e ai quali basta mezza parola per capire tutto». Invece, «quei confessori che domandano e domandano, ma dimmi per favore… tu hai bisogno di tanti dettagli per perdonare o ti stai facendo il film?», ha domandato il Papa tra gli applausi dei sacerdoti. «Racconta santa Teresina che, quando riceveva le confidenze delle sue novizie, si guardava bene dal chiedere come erano andate poi le cose. Non curiosava nell’anima delle persone».

Infine, la misericordia è fatta anche di azioni: «Non solo compiere gesti ma di fare opere, di istituzionalizzare, di creare una cultura della misericordia, che non è lo stesso di una cultura della beneficienza, dobbiamo distinguere». Tanto nelle celebrazioni quanto nell’azione solidale e formativa, «la nostra gente – ha sottolineato Francesco – si lascia radunare e pascolare in un modo che non tutti riconoscono e apprezzano, malgrado falliscano tanti altri piani pastorali centrati su dinamiche più astratte». La «prova di questa comprensione del nostro popolo è che nelle nostre opere di misericordia siamo sempre benedetti da Dio e troviamo aiuto e collaborazione nella nostra gente. Non così per altri tipi di progetti, che a volte vanno bene e altre no, e alcuni non si rendono conto del perché non funziona e si rompono la testa cercando un nuovo, ennesimo piano pastorale, quando si potrebbe semplicemente dire: non funziona perché gli manca misericordia, senza bisogno di entrare in particolari. Se non è benedetto – ha detto Francesco – è perché gli manca misericordia».

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