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I Dieci Comandamenti per gli utenti di Facebook

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Come applicare il Decalogo nella vita virtuale di tutti i giorni

Onora il padre e la madre

pexels-photo

La prima cosa che tu potresti pensare è: certo che su Facebook li onoro, ho persino accettato la loro richiesta di amicizia! Bene. Ottimo. Ma forse non basta. Rispettare il padre e la madre, oltre all’ovvia indicazione di mantenere un comportamento (nella vita virtuale e non) che non li disonori, vuol dire anche essere rispettosi per l’autorità. Il Padre per eccellenza è anche l’autorità per definizione. Il tuo profilo Facebook è uno sfogatoio contro le norme civili, forse perché tu pensi che siano sbagliate? Puoi certamente usare i canali che preferisci per esprimere il tuo disappunto per delle determinate politiche attuate, ma spesso viene varcato il confine con l’insulto. Ricordati inoltre che avere un buon atteggiamento nei confronti degli anziani è fondamentale per una vita cristiana equilibrata. Ti è mai capitato di insultare qualcuno di età avanzata (che probabilmente non conosci neanche)? Se la risposta è sì, dovresti rivedere il modo in cui usi i social network.

Il quarto comandamento si rivolge espressamente ai figli in ordine alle loro relazioni con il padre e con la madre, essendo questa relazione la più universale. Concerne parimenti i rapporti di parentela con i membri del gruppo familiare. Chiede di tributare onore, affetto e riconoscenza ai nonni e agli antenati. Si estende infine ai doveri degli alunni nei confronti degli insegnanti, dei dipendenti nei confronti dei datori di lavoro, dei subordinati nei confronti dei loro superiori, dei cittadini verso la loro patria, verso i pubblici amministratori e i governanti.
Questo comandamento implica e sottintende i doveri dei genitori, tutori, docenti, capi, magistrati, governanti, di tutti coloro che esercitano un’autorità su altri o su una comunità di persone.
L’osservanza del quarto comandamento comporta una ricompensa: « Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio » (Es 20,12). Il rispetto di questo comandamento procura, insieme con i frutti spirituali, frutti temporali di pace e di prosperità. Al contrario, la trasgressione di questo comandamento arreca gravi danni alle comunità e alle persone umane. (CCC 2199, 2200)

E considerando che Vecchio e Nuovo Testamento non sono slegati tra di loro, ma che anzi sono complementari, leggiamo quello che ci ha comunicato S. Paolo nella lettera agli Efesini:

Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto, parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano. E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, col quale foste segnati per il giorno della redenzione.
Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. (Efesini 4:29-31)

Non uccidere

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Mi sembra di sentire molte persone replicare: “Qui è facile contraddirti. Metto soltanto post contro l’aborto e la pena di morte!”

In Giovanni 6:60 Cristo dice che le sue parole sono “spirito e vita”. Se ci consideriamo portatori del messaggio vivifico del Nazareno, dobbiamo essere certi di trasmettere vita e positività nelle nostre parole (e, soprattutto, nelle nostre azioni). Quante volte avete visto post e articoli contro migranti e rifugiati, contro gli ultimi di questo mondo, e non avete fatto nulla per contrastare quei fiumi di odio? O forse avete addirittura alimentato quel clima con commenti intrisi di veleno e livore? Quando scrivete qualcosa, pensate molto bene a ciò che volete comunicare. State edificando il Suo Corpo? State collaborando alla diffusione di un messaggio che cura le ferite emotive e che sana i cuori rotti? Oppure state esclusivamente riversando la vostra frustrazione verso chi può leggervi ma non rispondervi a voce? Se state pensando che questo non abbia nulla a che vedere con il comandamento di “non uccidere”, penso che vi stiate sbagliando.

Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio”. Ma io vi dico: Chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio » (Mt 5,21-22).

Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice a tal proposito:

Richiamando il comandamento: « Non uccidere » (Mt 5,21), nostro Signore chiede la pace del cuore e denuncia l’immoralità dell’ira omicida e dell’odio.
L’ira è un desiderio di vendetta. « Desiderare la vendetta per il male di chi va punito è illecito »; ma è lodevole imporre una riparazione « al fine di correggere i vizi e di conservare il bene della giustizia ». Se l’ira si spinge fino al proposito di uccidere il prossimo o di ferirlo in modo brutale, si oppone gravemente alla carità; è un peccato mortale. Il Signore dice: « Chiunque si adira contro il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio » (Mt 5,22).
L’odio volontario è contrario alla carità. L’odio del prossimo è un peccato quando l’uomo vuole deliberatamente per lui il male. L’odio del prossimo è un peccato grave quando deliberatamente si desidera per lui un grave danno. « Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste… » (Mt 5,44-45).
Il rispetto e lo sviluppo della vita umana richiedono la pace. La pace non è la semplice assenza della guerra e non può ridursi ad assicurare l’equilibrio delle forze contrastanti. La pace non si può ottenere sulla terra senza la tutela dei beni delle persone, la libera comunicazione tra gli esseri umani, il rispetto della dignità delle persone e dei popoli, l’assidua pratica della fratellanza. È la « tranquillità dell’ordine ». È « frutto della giustizia » (Is 32,17) ed effetto della carità.
La pace terrena è immagine e frutto della pace di Cristo, il « Principe della pace » (Is 9,5) messianica. Con il sangue della sua croce, egli ha distrutto in se stesso l’inimicizia, ha riconciliato gli uomini con Dio e ha fatto della sua Chiesa il sacramento dell’unità del genere umano e della sua unione con Dio. « Egli è la nostra pace » (Ef 2,14). E proclama: « Beati gli operatori di pace » (Mt 5,9).
Coloro che, per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, rinunciano all’azione violenta e cruenta e ricorrono a mezzi di difesa che sono alla portata dei più deboli, rendono testimonianza alla carità evangelica, purché ciò si faccia senza pregiudizio per i diritti e i doveri degli altri uomini e delle società. Essi legittimamente attestano la gravità dei rischi fisici e morali del ricorso alla violenza, che causa rovine e morti. (CCC 2302 – 2306)

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