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“Primo non nuocere”

Bungalow Town Productions/Eyeline Productions / The Kobal Collection
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Lezioni di un medico che sta per andare in pensione

Quando non hanno miracolosamente né esami né lavori da presentare, alcuni allievi mi chiedono di raccomandare loro qualche libro di educazione sociale.

Finisco sempre per parlare loro dell’ultimo che ho letto… di giornalismo, di viaggi, di scienza, assicurando che troveranno più educazione sociale lì che in qualsiasi altro luogo.

Basta concentrarsi. Lo faccio anche perché godano come lettori di quei libri come ho fatto io.

Primo non nuocere” è un libro del neurochirurgo Henry Marsh che ho divorato in tre giorni.

Se i miei allievi mi chiedessero ora un libro sull’etica applicata al nostro lavoro, ad esempio, raccomanderei questo. Se mi chiedessero qualsiasi altro libro di educazione sociale farei lo stesso.

Henry Marsh, sul punto di andare pensione, ci racconta la quotidianità del suo lavoro, che consiste, come dice egli stesso, nel “frugare” nel cervello.

Con un’onestà quasi brutale narra i casi in cui la sua perizia di neurochirurgo riesce a salvare vite e anche quelli in cui i suoi errori comportano la morte o l’handicap dei suoi pazienti.

Racconta anche altre cose, come il suo rapporto con i pazienti e i loro familiari, a cui spesso deve comunicare notizie terribili, i problemi del sistema sanitario pubblico che incontra o l’andirivieni, a volte felice e a volte no, da casa all’ospedale in sella alla sua bicicletta.

Henry Marsh lascia cadere frasi semplici che valgono tanto o ancor di più di qualsiasi codice etico professionale: “Mi infastidisce dovermi scusare per qualcosa che non è colpa mia, ma non si può liquidare un paziente senza che qualcuno gli dia una spiegazione”.

Quando questa spiegazione può essere una notizia devastante per un paziente, è chiaro il suo enorme impegno nei suoi confronti.

In altre parti del testo si riferisce alla gentilezza, apparentemente tanto lontana dall’efficienza: “Ci sono stati alcuni professori all’ospedale senza la cui influenza non sarei mai diventato un chirurgo. La loro gentilezza con i pazienti era per me fonte di ispirazione, tanto o più della loro abilità tecnica”.

L’etica professionale di Henry Marsh è però evidente al massimo nel riconoscimento dei suoi errori, a volte fatali, perché quello che cerca di fare, curare il cervello, è estremamente complicato.

“Ho meno paura del fallimento: sono arrivato ad accettarlo e a sentirmene meno minacciato, e confido nel fatto di aver imparato qualcosa dagli errori commessi in passato (…); più invecchio, meno mi sento capace di negare che sono fatto della stessa carne e dello stesso sangue dei miei pazienti, e che sono vulnerabile come loro”.

Tutto questo processo lo rende un professionista migliore, ovvero anche più umano.

“È imprescindibile che i medici rendano conto, visto che il potere corrompe”, osserva. “Devono esserci procedure di reclamo e discussioni, commissioni d’inchiesta, condanne e compensazioni”.

“Allo stesso tempo, se non nascondi né neghi i tuoi errori quando le cose vanno male, e se i pazienti e le loro famiglie sanno che sei rimasto colpito dall’accaduto, forse, con un po’ di fortuna, riceverai il prezioso dono del perdono”.

Marsh è un brillante neurochirurgo che tituba o perde la compostezza, che si ammala e soffre per i propri cari, il che lo rende senz’altro più saggio.

Nel suo libro di 350 pagine, mostra con una prosa elegante e accattivante la sua insicurezza, la sua rabbia di fronte agli errori che ha commesso, la gioia per quando va tutto bene e la tristezza e l’impotenza nei casi in cui le cose vanno male.

Tutto questo lo rende un essere umano straordinario e un esempio di professionalità.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE

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