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Il prete dei disperati di Lampedusa: “Qui l’Europa tradisce se stessa”

Vatican Insider - pubblicato il 29/05/16

«Lampedusa non può continuare ad essere il cimitero del mare siciliano. Queste vite spezzate rappresentano una tragedia sconfinata. Pensavo di aver visto l’inferno quando mi sono insediato in parrocchia, il 7 ottobre 2013, quattro giorni dopo i 367 annegati, e invece ora assistiamo ad un’altra tragedia. Paradossale, se si pensa che il sogno dei migranti non è Lampedusa, e neppure la Sicilia, ma l’Europa». 

Don Mimmo Zambito, come parroco lei aiuta i naufraghi per quel che può, accogliendoli in chiesa con un piatto di riso o con la comodità del wifi, ma in che modo dovrebbe intervenire l’Unione europea?

«Svolgendo il compito per cui è nata, dopo due conflitti mondiali e, in difesa dei diritti di democrazia e libertà contro l’oppressione dei popoli. E invece disattende questo dovere e chiude gli occhi su tante morti innocenti. Sembra che l’Europa stia seppellendo centinaia di vite in mare, ma in realtà sta seppellendo se stessa». 

Con quali strumenti si potrebbe arginare l’ecatombe in mare?

«Frenare l’arrivo di questi siriani, ghanesi, sudanesi, nigeriani, è impossibile. Il problema va affrontato a monte, attraverso una collaborazione politica, commerciale e finanziaria tra i vari governi. Si deve comprendere che siamo di fronte a un’emergenza collettiva. L’Italia, la Grecia, la Spagna, sono inevitabilmente il punto di approdo per chi fugge da guerre e povertà. Fa molto bene il nostro governo a insistere su strategie coordinate, peccato che invece le diverse nazioni procedano in ordine sparso». 

E intanto al largo di quest’isola si continua a morire.

«Venti chilometri quadrati sono troppo pochi affinché si pensi che possano essere la risposta all’emergenza profughi. Ma è anche vero che tutto inizia e finisce a Lampedusa». 

In che senso?

«È il crocevia di speranze e di morte. Pensi alla piccola Favour che ora in tanti vogliono adottare, per lei si apre un capitolo di amore e di pace. Ma dietro Favour c’è il dramma della sua mamma morta per ustioni chimiche mentre cercava di raggiungere il sogno di una vita nuova. Non dimentichiamo il monito di Papa Francesco. È venuto qui per incontrarli, forse dovrebbero fare altrettanto i vertici politici europei». 

Che cosa deve offrire l’Europa a chi rischia la vita nelle traversate sui gommoni?

«Il 90% di quella gente corre il pericolo di morire. Abbiamo il dovere di garantire il diritto alla vita, allo studio, a migliori condizioni per le donne. Dobbiamo offrire il diritto all’infanzia, ponendo fine alla tragedia dei bambini-soldato. E invece spesso assistiamo a un terrorismo psicologico che confonde i profughi con i militanti dell’Isis, ingenerando paura e odio nei loro confronti». 

In che modo si potrebbe sbloccare il corto circuito europeo?

«Sono un semplice parroco e un semplice cittadino, non spetta a me trovate la risposta. Ma mi pongo un interrogativo: l’impossibilità dei governi europei a incidere sulla Libia, da cui partono prevalentemente i gommoni, ha forse a che vedere con il fatto che sul terreno libico ci siano le principali riserve petrolifere dell’Africa?». 

Questo articolo è stato pubblicato nell’edizione odierna del quotidiano La Stampa

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