Ricevi Aleteia tutti i giorni

Non vuoi fare nessuna donazione?

Ecco 5 modi per aiutare Aleteia

  1. Prega per il nostro team e per il successo della nostra missione
  2. Parla di Aleteia nella tua parrocchia
  3. Condividi i contenuti di Aleteia con amici e familiari
  4. Disattiva il tuo AdBlock quando navighi nel nostro portale
  5. Iscriviti alla nostra Newsletter gratuita e non smettere mai di leggerci

Grazie!
Il team di Aleteia

iscriviti

Aleteia

La comunione sulla mano, un abuso liturgico? Già nell’antichità si faceva!

Jeffrey Bruno
Condividi

Ricevere la comunione sulla mano è un rito dalle radici antichissime, sospeso nel Medioevo e ripreso dopo la riforma liturgica del Concilio Vaticano II come “opzionale” rispetto alla ricezione del Corpo di Cristo direttamente sulle labbra.

Come spiega don Roberto Gulino, docente di Liturgia alla Facoltà teologica dell’Italia centrale, «la storia ci insegna che nei primi secoli era normale, sia in Oriente, sia in Occidente, ricevere il corpo di Cristo durante la celebrazione eucaristica direttamente sulle mani».

Il liturgista dice che sono numerose le fonti che testimoniano questa prassi.

LA LETTERA DI PAPA CORNELIO

Una lettera di papa Cornelio (251-253) che descrive le violenze usate a Roma da Novaziano, scismatico, sui propri adepti al momento della comunione (lettera riportata da Eusebio di Cesarea nella Storia ecclesiastica, VI, 43, 18); il testo spiega come il boccone consacrato venisse ricevuto nelle mani e quindi portato alla bocca dal fedele: “Etenim (Novatianus) oblatione facta, portionem singulis dividens, dum eam tradit, miseros homines, benedictionis loco, jurare cogit, manus suas qui portionem accetti, ambabus suis manibus comprehensas retinens, nec prius dimittens quam jurari ista dixerint, ipsis enim utor illius verbis…”;

LE “INDICAZIONI” DI CIPRIANO

Cipriano, nella sua opera intitolata De lapsis, al capitolo 26, specifica che il fedele riceve il pane eucaristico sul palmo della mano, lo tiene nel palmo chiuso e, una volta tornato al posto, si comunica; chi non segue tale prassi, corre il rischio di essere sacrilego: “…sacrificio a sacerdote celebrato, partem cum ceteris ausus est latenter accipere, sanctum Domini edere et contrectare non potuit, cinerem ferre, se, apertis manibus, invenit…”;

CIRILLO E LA MANO DESTRA

Cirillo di Gerusalemme, nella V Catechesi Mistagogica, descrive precisamente: “Accedendo alla sacra Mensa, non ti presentare con le palme distese e le dita disgiunte; ma collocando la sinistra a guisa di trono sotto la destra che deve raccogliere il Re, e tenendo la destra raccolta e concava, ricevi il Corpo di Cristo, rispondendo: Amen. E dopo aver cautamente santificato i tuoi occhi col contatto del sacro Corpo, mangialo, badando attentamente che nessuna parte di essa vada dispersa; chè, se ne lasciassi perire qualche frammento devi reputare d’aver perduto una parte delle tue stesse membra”;

TEODORO E AGOSTINO

Teodoro di Mopsuestia, nell’Omelia VI, ricorda di porre le mani una sopra l’altra a forma di croce: “…dexteram enim extendit  quisque ad recipiendam oblationem, quae datur; supponit autem ei sinistram…”;

Agostino, all’interno dello scritto Contro la Lettera di Parmeniano, II, 13, indica che il corpo del Signore va ricevuto “coniunctis manibus”;

CESARIO DI ARLES E IL VELO

Cesario di Arles riporta, nel testo della sua Opera, I,  che alle donne non era permesso ricevere l’Eucaristia sulla mano, ma era necessario utilizzare un velo bianco, forse lo stesso con cui si coprivano il capo: “Omnes mulieres quando ad altare veniunt, linteola nitida exhibeant, in quibus sacramenta Christi accipiant; et bene et juste faciunt…”.

SULLE LABBRA E IN GINOCCHIO

Questo uso di ricevere la comunione sulle mani, evidenzia don Roberto, «è attestato fin verso il IX secolo (l’Ordo Romanus IX, al numero 11, ne riporta ancora l’indicazione rubricale) quando gradualmente si giunge a ricevere la comunione sulle labbra, ed in ginocchio, per sottolineare la grandezza (e la realtà!) della presenza sacramentale del Signore nell’Eucaristia in un periodo in cui, sia per la scarsa preparazione teologica del clero, sia per la mancata conoscenza del latino nei fedeli, si formano numerose questioni sull’effettiva presenza reale nel Santissimo Sacramento».

In realtà la storia della liturgia testimonia come sin la tendenza a restringere sempre più la distribuzione della Comunione sulla mano e a favorire quella sulla lingua nasca all’epoca dei Padri della Chiesa, per evitare al massimo la dispersione dei frammenti eucaristici e favorire la crescita della devozione dei fedeli.

LA RIFORMA LITURGICA DEL VATICANO II

In seguito alla riforma liturgica del Concilio Vaticano II, attraverso l’Istruzione Memoriale Domini promulgata dalla S. Congregazione per il culto Divino il 29 maggio 1969, la Chiesa ha lasciato alle singole Conferenze Episcopali la possibilità di richiedere la facoltà di introdurre l’uso di ricevere la Comunione sulla mano.

In Italia tale prassi è stata richiesta dalla Conferenza Episcopale nel maggio 1989 ed è entrata in vigore il 3 dicembre dello stesso anno. Il testo dell’Istruzione sulla Comunione eucaristica, datato 19 luglio 1989, circa la modalità di questo ulteriore modo di ricevere l’ostia consacrata spiega: «Particolarmente appropriato appare oggi l’uso di accedere processionalmente all’altare ricevendo in piedi, con un gesto di riverenza, le specie eucaristiche, professando con l’Amen la fede nella presenza sacramentale di Cristo. Accanto all’uso della comunione sulla lingua, la Chiesa permette di dare l’eucaristia deponendola sulla mano dei fedeli protese entrambe verso il ministro, (la sinistra sopra la destra), ad accogliere con riverenza e rispetto il corpo di Cristo. I fedeli sono liberi di scegliere tra i due modi ammessi. Chi la riceve sulle mani la porterà alla bocca davanti al ministro o appena spostandosi di lato per consentire al fedele che segue di avanzare. Se la comunione viene data per intinzione, sarà consentita soltanto nel primo modo» (n° 14-15).

 

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni