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Due malfattori di professione. Uno entrò in Paradiso

Don Fortunato Di Noto - pubblicato il 25/05/16


Si chiamava Dema, era galileo e aveva un albergo; ospitava i ricchi, ma faceva anche del bene ai bisognosi e, come Tobia, seppelliva segretamente i morti poveri; si industriava di derubare i beni degli Ebrei, rubò anche i rotoli della Torah a Gerusalemme; depredò la stessa figlia di Caifa, sacerdotessa del santuario, e sottrasse persino il deposito segreto collocatovi da Salomone.

Si racconta – nei Vangeli dell’infanzia – anche che faceva parte di una banda che catturò la Sacra Famiglia al tempo della fuga in Egitto, ma che poi, incantata dal Bambino, la rilasciò libera. Queste le azioni delle quali si era reso colpevole. Un malfattore di professione con l’animo buono.

Si percepisce in modo chiaro la diversità dei loro misfatti ed impressiona la crudeltà dei crimini di Gesta: il dominio sulla vittima. Aveva assassinato alcuni viandanti e depredato altri, appeso donne con i piedi in alto e la testa in basso e tagliato loro i seni, e bevuto il sangue dei bambini, dopo averli mutilati. Viandanti, donne e bambini. Gesù sembra non ascoltarlo. Non lo so, forse ama anche il suo non pentimento. Lui, Gesù è pienezza dell’Amore. Sembra non salvarlo. Non voglio farmi interprete della volontà di Dio Amore – ma non dice nulla, rimane in silenzio, non risponde alla provocazione crudele e ancora disumana, non lo porta con sé in paradiso. E’ di un sadismo criminale che con scientifica razionalità compie ogni sorta di azione volta al male, rifiutando ogni limitazione imposta dalla morale comune, riconoscendo lui stesso dio di se stesso; fino alla fine. Il sadico vuole e pretende obbedienza, nessuna autorità, né tantomeno Dio, non riconosce neanche chi è crocifisso come lui, chi è tra due malfattori, ma è Gesù, misericordia del Padre. Prova piacere e gratificazione psicologica nel maltrattare i familiari, nelle sconfitte e nel dolore altrui. Si compiace del dolore altrui anche se crocifisso per la stessa pena.

Gesù non si è mai tirato indietro, e anche dai benpensanti viene collocato tra la gente di malaffare. Ha abitato volentieri e senza paura con ladri, prostitute e peccatori pubblici. Sembra aver fatto dei bassifondi la propria casa e andare a morire tra i malfattori è un andare a morire a casa. Non è questo il problema. Ma desidera che i malfattori si convertano, che fino all’ultimo riconoscano il male compiuto e che si pentano, che chiedano il paradiso, di stare con Lui: volto misericordioso del Padre.

Uno dei malfattori, che la tradizione chiamerà buon ladrone, lo riconosce; in Gesù vede l’amore che abbraccia, giustifica, redime e dona vita nuova. Dell’altro non se ne parlerà più.

In questi due malfattori di professione vediamo le gesta di questa umanità spesso disumana dove alcuni scelgono fino alla fine il rifiuto dell’Amore di Dio, dell’amore per l’umanità, neanche il pianto di un infante frena la mano omicida e perversa. Altri si ritrovano in Dio e iniziano un cammino di conversione e di riconciliazione. Nel grande mistero del male, solo alcuni cambiano la strada che porta alla perdizione, chiedendo il paradiso. Un insegnamento sempre vivo e attuale dove sembra che il male prevalga. Ma non deve essere così. Noi lo diciamo: basta bere sangue degli innocenti. Non voglio essere Gesta.

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1) Il personaggio di Giuseppe di Arimatea è molto importante nell’ambito della tradizione cristiana, a ragione del fatto che egli è citato in tutti e quattro i Vangeli canonici, più negli Apocrifi, in particolare negli “Atti di Pilato”, un testo che è noto anche come “Vangelo di Nicodemo” o “Narrazione di Giuseppe”. Ulteriori dettagli su Giuseppe vengono dati da alcuni autori cristiani delle origini, come Ireneo da Lione, Ippolito di Roma, Tertulliano, Eusebio di Cesarea, Ilario di Poitiers e Giovanni Crisostomo.

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