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Perché durante la liturgia eucaristica si cita il “calice” del sangue di Cristo?

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Un lettore ci scrive: «Durante la liturgia eucaristica, il sacerdote dice: “Prendete, e bevetene tutti, questo è il calice del mio sangue“. Perché si cita il “contenitore”? Gesù non ha detto semplicemente “Questo è il mio sangue”?».

«La domanda – risponde don Enrico Finotti, liturgista e direttore della rivista “Culmen et fons – trova risposta già nel semplice buon senso per cui le parole del Signore “Questo è il calice del mio sangue” si riferiscono al contenitore (il Calice) per indicare il contenuto (il Sangue)».

Si possono, tuttavia, dare nel merito, prosegue il liturgista, alcuni brevi approfondimenti, che, senza entrare nell’esegesi dei testi, intendono rispondere all’origine liturgica dei medesimi.

1. Le parole dell’«Istituzione» nei testi biblici

Nella Sacra Scrittura non vi è un’unica edizione delle parole del Signore sul pane e sul calice, ma ve ne sono quattro. In particolare riguardo al calice:

1 Cor 11, 25: Hic calix novum testamentum est in meo sanguine.

Luca 22, 20: Hic est calix, novum testamentum in sanguine meo, qui pro vobis effundetur.

Marco 14, 24: Hic est sanguis meus novi testamenti, qui pro multis effundetur in remissionem peccatorum.

Matteo 26, 28: Hic est enim sanguis meus novi testamenti, qui pro multis effundetur in remissionem peccatorum.

Come si vede Marco e Matteo parlano del Sangue senza alcun accenno al Calice (Hic est enim sanguis meus), mentre Luca e Paolo parlano anche del Calice (Hic calix novum testamentum est in meo sanguine).

2. Alcune espressioni bibliche analoghe

Il richiamo al Calice ricorre in altre espressioni bibliche ben note, quali ad esempio:

«Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore» (Salmo 116, 13).

«Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo?» (1 Cor 10, 16).

«Potete bere il calice che io sto per bere? […] Il mio calice lo berrete …» (Mt 20, 22-23).

Tali frasi attestano quanto sia intrinseco il simbolo del Calice al contesto cultuale, eucaristico e sacrificale.

3. Le parole dell’«Istituzione» nel Canone Romano

Il Canone Romano compone insieme le due tradizioni dicendo: Hic est enim calix sanguinis mei novi et aeterni testamenti… (La formula rimane identica in tutti gli altri Canoni della liturgia romana).

«Abbiamo in tal modo cinque edizioni delle parole istitutive del Signore – evidenzia il liturgista – quattro bibliche (Matteo e Marco; Luca e Paolo) e una liturgica (il Canone Romano). Quest’ultima formula è ritenuta da molti così antica da vantare un’origine apostolica e quasi contemporanea al formarsi degli scritti stessi del Nuovo Testamento».

Fedeltà ai contenuti del mistero

«La tradizione liturgica della Chiesa Romana, nel formulare le parole “consacratorie” da pronunziare all’interno della Prece eucaristica – conclude Finotti – non ha inteso seguire una fedeltà letterale assoluta, scegliendo una o l’altra delle edizioni evangeliche, ma ha rigorosamente assicurato una fedeltà sostanziale ai contenuti oggettivi del mistero, componendo insieme termini desunti legittimamente dalle differenti fonti del Nuovo Testamento».

L’espressione: Hic est enim calix sanguinis mei (“Questo è il Calice del mio sangue”) assunta dall’antico uso liturgico romano a preferenza dell’altra più semplice: Hic est enim sanguis meus (“Questo è il mio sangue”) «dimostra come nella volontà della Chiesa si intenda certamente valorizzare nella formula “consacratoria” la grande ricchezza biblico-teologica connessa al simbolo altamente eloquente del Calice, che potrà essere approfondito da una competente indagine esegetica».

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