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Perché sono cattolico? L’ex gangster John Pridmore torna alla fede

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John Pridmore - pubblicato il 23/05/16

Sostituisce i tirapugni con gli inginocchiatoi

Mi chiamo John Pridmore e questa è la mia storia.

Sono nato nel quartiere londinese di East End, all’ospedale dell’Esercito della Salvezza. Pur essendo stato battezzato come cattolico, non sono mai andato a una scuola cattolica né in chiesa. A dieci anni, tornando a casa una sera normale, i miei genitori mi hanno detto che dovevo scegliere con chi dei due volevo vivere perché avrebbero divorziato. Amavo moltissimo i miei genitori, e non potevo scegliere tra le due persone a cui volevo più bene ma che paradossalmente mi avevano appena annientato. È stato allora che nel più profondo del mio essere ho preso la decisione di non amare più nessuno, perché pensavo che così non sarei stato ferito di nuovo.

Dopo che i miei genitori si sono separati ho iniziato a rubare. Credo che volessi che qualcuno si rendesse conto di quanto soffrivo, ma visto che mio padre era un poliziotto era solo un incentivo per le botte. A 15 anni sono finito in un centro di detenzione, il che doveva rappresentare una lezione severa, definitiva, ma lì il mio odio non ha fatto che aumentare, e ho continuato a mettermi nei guai.

Alla stessa età ho lasciato la scuola, e visto che l’unica qualifica che avevo era quella di ladro mi sono dedicato ai furti. Senza amore nella vita, mi sono buttato tra le braccia di analgesici, alcool e droga, qualsiasi cosa servisse per mettere a tacere il dolore che provavo dentro. A 19 anni ero un’altra volta in prigione, e l’unico modo che avevo per far fronte a tutta l’ira che tenevo dentro erano le risse. Sono stato messo in isolamento per 24 ore, e in quel lasso di tempo ho pensato di disfarmi del più grande dono di Dio, la mia vita. Ma Dio era lì con me, perché non mi ha tolto la vita, anche se sono uscito di prigione più risentito e violento che mai.

Pensavo che avrei dovuto prendere io stesso ciò che volevo dal mondo, perché nessuno mi avrebbe regalato nulla. Ho iniziato a lavorare come vigilante nei club dell’East End e del West End, a Londra. Ho pensato che visto che mi piacevano le risse era meglio che mi pagassero per parteciparvi. In quell’ambiente ho conosciuto alcuni dei tizi che dirigono la maggior parte del crimine organizzato di Londra, e allora ho iniziato a lavorare per loro. Non molto tempo dopo ho smesso di lavorare per loro e ho iniziato a lavorare con loro. Il mio stile di vita era quello di un gangster classico, con denaro, droghe e donne a non finire. Avevo un attico a St. John’s Wood, una delle zone più ricche di Londra, una BMW Serie 7, una Mercedes sportiva e non riuscivo a spendere i soldi in modo abbastanza rapido, perché i benefici dei ricatti e del traffico di droga continuavano ad accumularsi. La mia giacca di cuoio aveva una tasca interna in cui tenevo un machete per quando dovevo andare a riscuotere qualche debito e a punire chi non rispettava i tempi di pagamento.

Credevo davvero che quello che mi raccontava il mondo fosse vero, che avendo tutti quei beni, quei rapporti e quelle droghe sarei stato felice, ma dentro mi sentivo malato perché questa vita mi stava distruggendo a poco a poco. Niente mi soddisfaceva, niente mi riempiva. Nel frattempo, cercavo di mettere a tacere la mia coscienza, perché con questa gente con cui avevo a che fare più sei spietato e brutale più rispetto ricevi, e io volevo quel rispetto. Volevo che quando la gente entrava in un club e mi vedeva lì sapesse chi ero e cosa facevo.

Una sera in cui lavoravo in uno di quei club che gestivamo nel West End, ho dato un pugno con un pugno di ferro a un tizio, e quello è caduto di spalle e ha battuto la testa contro il marciapiedi. C’era sangue ovunque e la gente ha iniziato a gridare, e allora me ne sono andato e ricordo di aver pensato mentre tornavo a casa in macchina: “Mi potrebbero dare dieci anni per questo”. Lentamente, ho iniziato a rendermi conto che era possibile che avessi appena ucciso qualcuno senza che neanche me ne importasse. Prima mi importavano le persone, e in genere facevo la differenza, ma ora distruggevo tutto ciò che mi circondava. L’unica persona di cui mi importava ero io, e non pensavo che la situazione potesse cambiare.

Sono arrivato a casa e ho sentito una voce che mi parlava nel cuore, una voce che tutti conosciamo, la nostra coscienza, Dio dentro di noi. Fino a quel momento credevo che Dio fosse solo una bella storiella per evitare che fossimo cattivi, ma in quel momento mi sono reso conto che Dio era reale e che non importava affatto quello che credevo.

Anche se fino a quel momento non ero mai stato consapevole dell’amore o della presenza di Dio nella mia vita, in un istante sentii come se Egli si separasse da me. La gente dice che questa separazione da Dio è l’inferno; bene, se l’inferno è così prego perché nessuno ci vada mai, perché è stata l’esperienza più terribile della mia vita. Mi hanno puntato delle pistole alla testa, mi hanno pugnalato, ma quel momento è stato il più tremendo di tutti perché ero pienamente consapevole delle scelte che avevo compiuto. Ho chiesto a Dio un’altra opportunità, non perché lamentassi qualcosa, ma perché non volevo continuare a sperimentare quella desolazione. In quel momento mi sono sentito come elevato e ho pronunciato la prima preghiera della mia vita: “Finora tutto quello che ho fatto è stato approfittare di quello che mi hai dato, Signore, ora voglio essere quello che dà”. Mentre pronunciavo questa preghiera, il vuoto che non potevano riempire la droga, il potere o le relazioni è stato colmato dall’amore di Dio. Non potevo credere che Dio potesse amare qualcuno come me, con tutte le cose orribili che avevo fatto, ma Lui ha continuato a dimostrarmi che mi amava e mi accettava. Per tutta la vita mi sono sentito inutile e non mi importava essere vivo o morto, ma Dio mi ha mostrato che invece importava, perché Egli mi amava e mi aveva creato.

L’unica persona di fede che conoscevo era mia madre, e anche se all’epoca non la vedevo molto andai a trovarla e le raccontai quello che era successo. Mi disse che aveva pregato per me tutti i giorni della mia vita, ma che due settimane prima aveva pregato Gesù di portarmi con sé. Se questo presupponeva il fatto di farmi morire così fosse, ma non mi avrebbe permesso di continuare a danneggiare gli altri o me stesso. So quanto mi ami mia madre e so che una preghiera come quella doveva averle spezzato il cuore, ma riusciva a vedere il mostro in cui mi stavo trasformando. Non dimenticherò mai le lacrime che le scorrevano sul viso quando le ho detto come avevo trovato Dio.

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confessionefedetestimonianze di vita e di fede
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