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Così la cremazione ha “conquistato” i cattolici

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La Chiesa cattolica la tollera senza consigliarla, eppure sempre più italiani scelgono la cremazione. Un processo che pare inarrestabile: gli ultimi dati Istat disponibili riferiti al 2014 segnalano come questa opzione venga scelta quasi nel 20 per cento (19,71 per la precisione) dei casi di decesso e stime ufficiose parlano, per il 2015, di una percentuale che supera abbondantemente la soglia del 20. Dieci anni fa il dato si arrestava all’8 per cento.

Nel 2012 la Cei ha pubblicato una nuova edizione del “Rito delle Esequie” in cui viene affrontato anche il tema cremazione. La Chiesa non si oppone ma continua a ritenere la sepoltura la forma più idonea a esprimere la fede nella risurrezione della carne e a favorire il ricordo e la preghiera da parte di familiari e amici.

Quanto alle altre confessioni religiose il mondo protestante permette la cremazione, al contrario di quanto accade per i fedeli delle chiese ortodosse, dell’islam e dell’ebraismo.

Ma perché questa pratica si diffonde così rapidamente a scapito dell’inumazione, la sepoltura nella terra? Risponde Giovanni Pollini, amministratore nazionale della federazione italiana per la cremazione (oltre 150mila iscritti). «I motivi sono tanti. Certo, ci sono i casi estremi di chi chiede di far disperdere i propri resti sul campo di calcio della squadra del cuore o di chi intende in questo modo marcare il proprio nichilismo. Ma nella maggior parte dei casi le persone vi ricorrono perché costa meno del funerale e della tomba, perché non vogliono disturbare i parenti dopo il trapasso o non vogliono sottrarre spazio prezioso ai vivi. Sa quante donne anziane ci dicono: “Mio figlio non mi telefona adesso che sono viva, figuriamoci se verrà a trovarmi al cimitero”. Per molti, infine, la cremazione rappresenta un modo “ecologico” per ricongiungersi alla natura…».

Ecco, proprio la dimensione ecologica della cremazione, il ricongiungersi a una natura panteisticamente intesa che dunque sostituisce Dio, ha sempre sollevato qualche perplessità nel mondo cattolico.

Osserva il sociologo Massimo Introvigne: «La cremazione, da gesto di rottura nei confronti del cattolicesimo, è entrata a far parte del costume anche dei cattolici. Oggi non ne farei una questione ideologica-dottrinale. Detto questo, è innegabile che certi segni, come ad esempio il non mangiar carne il venerdì o appunto l’inumazione, avevano una loro eloquenza anche sociale e sociologica. L’inumazione, in particolare, aveva una valenza educativa: essa distingueva i cristiani dai pagani, la carne messa come un seme nella terra (in-humus) destinata a rifiorire, a risorgere».

Aggiunge uno storico come Franco Cardini: «La Chiesa fu contraria alla cremazione perché fin dai tempi della Rivoluzione Francese, liberi pensatori, atei, materialisti e massoni ne fecero l’espressione del proprio anticlericalismo. La pratica venne condannata formalmente dal diritto canonico: a chi ne disponeva il ricorso veniva comminata la privazione dei sacramenti e delle esequie ecclesiastiche. Occorrerà attendere il luglio del 1963, perché il papa di allora, Paolo VI, venute meno certe condizioni storiche e culturali, “sdoganasse” la pratica della cremazione purchè non venisse scelta “in odio alla religione cattolica”. Una decisione che accolsi con favore perché personalmente ho avvertito sempre una certa repulsione per l’inumazione».

Dal punto di vista teologico è difficile dare torto a Paolo VI. Parola di don Roberto Repole, presidente dell’Associazione Teologi Italiani «Dio non ha bisogno delle nostre ossa per resuscitarci nell’ultimo giorno. Il Signore riuscirà a ricomporre i corpi anche se qualcuno li ha bruciati o se sono stati polverizzati in qualche incidente. Chiaro che il pericolo dell’insinuarsi di una concezione panteistica nella cremazione esiste e bisogna vigilare caso per caso. La sepoltura nella terra consente un’elaborazione del lutto più graduale, un distacco meno immediato. E forse nella crescita del fenomeno della cremazione possiamo leggere un ulteriore indizio della fatica della società contemporanea nello stare di fronte alla morte».

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