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Ha 17 anni, è incinta ed ha il virus Zika: “Non abortirò”

© BrittKnee

SIMCHA FISHER - pubblicato il 18/05/16

Non appena la morte è un’opzione, diventa la sola opzione responsabile. Non appena la morte è una scelta possibile, sembra essere l’unica. Ecco cos’è la morte. È divoratrice. Non è mai soddisfatta. Non appena si scorge un’altra vittima da offrire, chi resta è desideroso di compiere questo sacrificio, sperando di placare la morte per salvare le proprie vite.

Cosa stanno davvero dicendo questi commentatori, con la loro rabbia verso una ragazza che non hanno mai incontrato? Stanno dicendo: “Io non sono un peso. Io non sono irresponsabile. La mia famiglia ed io non soffriremo, perché non siamo degli ipocriti. Siamo nella legalità. Siamo sani. Siamo responsabili. Siamo puri. Non siamo come lei e il suo bambino abusivo. Noi meritiamo di vivere”.

Nessuno vuole realmente essere pro-morte. Quando c’è un bambino di mezzo, indoriamo la pillola e diciamo: “Ricomincia da capo. Forse avrai un bambino migliore la prossima volta”. Quando è coinvolta una persona anziana, diciamo: “Ha avuto la sua occasione. Ora bisogna andare avanti e permettere alle altre persone di godersi la propria vita”. Continuiamo a insistere sulla morte per alcuni in favore di chi vive, come se la morte – in tutte le forme che ora vanno per la maggiore: aborto, eutanasia, suicidio medicalmente assistito – possa in qualche modo migliorare la vita delle masse. C’è chi sostiene che la morte di una persona possa rendere migliore la vita di altre persone. Scegliere la morte, sosteniamo a volte, è una scelta di libertà, di salute, di felicità, di vita in se stessa. Se non per la vittima, perlomeno per qualcun altro, qualcuno che lo merita di più.


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Chiedete all’ottantenne che sa molto bene di essere noioso, puzzolente e costoso, e sa che i suoi figli non vedono l’ora che quel vecchio pazzo tiri le cuoia e la smetta di prosciugare la loro eredità. Chiedete a due persone sposate, stabili e che si amano che hanno messo al mondo un figlio il cui cervello spunta fuori dalla bocca. Chiedete alla donna sulla sedia a rotelle, alla vittima di violenza sessuale, a chi ha un peso incommensurabile. Chiedete a queste persone se un’estraneo abbia mai suggerito che sarebbe stato meglio se loro fossero semplicemente, come dire, morti.

Come se nessuno di noi abbia dei pesi. Come se non fossimo tutti con delle disabilità. Come se non fossimo tutti dei bisognosi, delle vittime, delle spese irragionevoli. Come se non avessimo tutti un prezzo.

Ma noi non vogliamo affrontare ciò che siamo. Vogliamo vederci come delle persone degne, dall’utilità indiscutibile. Noi siamo diversi! Noi meritiamo di essere qui, non come quegli altri, quegli errori viventi, quelle pesanti esistenze che ci trascinano giù. E quindi, con la rapidità con cui la morte diventa una possibilità agli occhi di un estraneo, ci presentiamo e come se nulla fosse diciamo che questa o quella persona non ha il diritto di continuare a vivere. Riempiamo i nostri viali di alberi, in modo che i nostri conquistatori possano marciare nell’ombra. Che la morte si prenda ciò che deve, diciamo, e forse lascerà in pace noialtri.

Ma la morte non si placherà. Non riposerà. Ha fame. Non indietreggia dicendo: “Ho preso la mia parte, ora voi che restate potete vivere in pace”. La morte è una predona indiscriminata, sempre in cerca di espandere il proprio territorio.

Nulla può placare la morte. Ma può essere disarmata. Soltanto una cosa può farlo: il sacrificio di sé. Non il sacrificio delle vite degli altri. Mai il sacrificio delle vite degli altri.

[Traduzione dall’inglese a cura di Valerio Evangelista]

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