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Perché dovrei vergognarmi della mia croce?

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Molly Sabourin CC

Leticia Ochoa Adams - pubblicato il 17/05/16

Gesù è morto alla luce del giorno, e quindi non c'è bisogno di nascondere le nostre lotte

Sono diventata cattolica come ha fatto San Paolo: dal momento in cui ho incontrato Cristo, tutto è cambiato. Avevo un fidanzato, quattro figli e tre figliastri. Ero sicura che dopo essermi sposata per la Chiesa cattolica tutti intorno a me avrebbero visto le differenze che si erano verificate nella mia vita e che sarei stata cattolica per sempre.

Pensavo che la mia conversione fosse l’inizio del mio “e vissero felici e contenti”, indipendentemente da quanto fosse stata problematica la mia vita prima dell’adesione alla Chiesa.

Ma non è quello che è successo.

Ogni nuova crisi si aggiunge allo stress provocato dalle tante crisi precedenti, e ogni volta mi ritrovo a guardare il crocifisso, chiedendomi perché pensavo che essere cattolica sarebbe stato tanto semplice.

Ho cercato in molti modi di comportarmi e di far comportare chiunque nella mia vita come credo che dovremmo fare. Non mi arrabbio più con Dio perché ho imparato, dopo averci provato innumerevoli volte, che non aiuta nessuno. Ma ho cercato di fare qualsiasi altra cosa. In un attacco di disperazione ho smesso di andare a Messa, un’altra volta sono andata a tutte le Messe. Ho recitato rosario e novene, ho parlato con sacerdoti e terapeuti. Ho inserito richieste su GoFundMe e ho visto l’amore di Dio in azione quando la gente donava, provando solitudine quando non lo faceva.

Non c’è assolutamente niente che non abbia provato a fare per cercare di alleviare “in modo cattolico” parte delle lotte e del dolore della vita.

Quello che sto capendo è che questa lotta è il modo cattolico.

La maggior parte delle storie dei santi danno l’impressione che queste persone non abbiano mai fatto niente di sbagliato. Questo non è cattolicesimo. I santi sono umani; hanno avuto le loro lotte e i loro peccati. Essere un santo non significa non fare cose sbagliate, ma amare Gesù abbastanza da portare a Lui i nostri errori, e confidare nel fatto che Egli trarrà comunque qualcosa di buono da noi.

Perché cerchiamo di nascondere tutto? Perché le nostre lotte ci fanno sentire soli e ci fanno vergognare?

Mi sento sola nelle mie lotte. Sembra che gli altri cattolici non soffrano come me, con figli gay, malati mentalmente, coinvolti in attività illegali e che si rifiutano di andare a Messa. Sento una pressione enorme per fingere che niente di tutto questo stia accadendo e per sterilizzare le mie lotte usando una terminologia diversa, come “attratti da persone dello stesso sesso”. No, mia figlia non è solamente attratta dalle persone del suo stesso sesso; vuole amare qualcuno del suo stesso sesso e vivere con lei come faccio io con mio marito. Vuole donarsi alla persona che ama e non sentire come se ci fosse qualcosa di sbagliato nel farlo. Quando mi guarda e mi chiede perché non può semplicemente amarsi ed essere felice come chiunque altro, la terminologia sterile non funziona, perché questo essere umano che ho portato dentro di me, ho allevato, ho amato e per cui ho sperato vuole solo avere quello che hanno tutti gli altri. So che il progetto di Dio per l’amore umano è sempre valido, ma non riesco nemmeno ad aspettarmi che questa figlia piena di dolore lo accetti semplicemente perché lo dico io. Non è così che funziona la vita. Se fosse così, allora non ci sarebbe la fila per confessarsi, perché saremmo tutti perfettamente obbedienti.

Ma chi lo è? L’ho lasciata libera di trovare Dio da sé, a modo suo e con la sua sofferenza.

Questa è la maternità. Questa è la vita. Questo è il cattolicesimo. Non qualche formula magica irreprensibile di preghiere e benedizioni che in qualche modo curano tutte le sofferenze e tutto il dolore.

Non mi vergogno di nessuno dei miei figli, neanche di quelli che in questo momento mi fanno così impazzire che non riesco quasi a guardarli in faccia. Non mi vergognerò di nessuna delle battaglie che la mia famiglia sta affrontando. Sono le battaglie che ci rendono umani e che rendono reale questa vita. È il nostro percorso verso il Calvario.

Siamo il popolo della Croce; non c’è alcun bisogno di nascondere le nostre lotte. Gesù non è morto sulla Croce nell’oscurità della notte. È morto di pomeriggio di modo che chiunque potesse vederlo e comprendere che la salvezza ha un costo. Sempre.

Lasciamo che tutte le nostre croci appaiano alla luce – non solo per testimoniare al mondo che siamo Suoi, ma anche per aiutarci a vicenda nelle nostre lotte, per mostrare quanto costano di modo che nessuno si senta solo.

Sono molto preoccupata per i miei figli. Sono molto preoccupata per me stessa. Come cattolica, però, non dovrei mai essere preoccupata di chiedere preghiere o aiuto perché mi vergogno della croce che sto portando. Dovrei fidarmi completamente del fatto di poter chiedere a qualcuno di aiutarmi a portarla. Anche Gesù ha avuto bisogno di aiuto nel portare la Sua.

—-
Leticia Ochoa Adams contribuisce regolarmente al Jennifer Fulwiler Show su The Catholic Channel di Sirius XM. Scrive su http://www.letiadams.com/ e ha un blog su patheos.com.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
coerenza cristianacroce
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